A Diego
«Possa l’uomo portare a compimento la promessa del bambino che è stato.»
Friedrich Hölderling, Alla mia venerabile nonna
Nota
Antonio Tabucchi cercava di ricordare i primi anni della sua vita con l’aiuto dell’amico d’infanzia Piero Chicca. Ogni tanto Piero, nella sua casa di Vecchiano, sentiva squillare il telefono e, dall’altro capo, da Lisbona, c’era Antonio, così cominciava una lunga conversazione che spesso li portava a ricordare la loro infanzia, riscoprire giochi, raccontare episodi per telefono di quegli anni lontani.
Questo tratto di biografia di Tabucchi mi ha accompagnato a lungo, fino a quando è arrivato, nel marzo duemilaventicinque, l’invito della professoressa Serena Chicca per un incontro con gli studenti delle classi prime della Scuola Leopardi di Vecchiano con un titolo preciso: “Tabucchi bambino”. Ho accettato molto volentieri l’invito, mi piacciono le biografie che raccontano non tutta una vita, ma parte di una vita e mi piace la prima parte della vita di Tabucchi. Ho sentito uno squillo di telefono, un vecchio telefono fisso non un cellulare, da un tempo dove i telefoni che squillavano erano pochi e ho provato a intercettare la voce di un bimbetto che si è perso. Allora mi sono deciso a scrivere queste pagine. Una piccola sfida, perché si trattava di presentare a dei ragazzini un ragazzino che è assente, che può essere conosciuto solo attraverso i suoi libri. Un bambino diventato per gioco un grande scrittore. L’aveva detto la maestra a sua madre Tina Pardella, detta la Riesa. Il bimbetto questo non lo sapeva, ma ne fu felice quando vide sua madre felice. La vita cambia in fretta e quando suo figlio divenne il grande Antonio Tabucchi arrivarono molti riconoscimenti e premi, lei usciva per strada a Vecchiano quasi gridando agli amici che incontrava: “Hai visto il mi’ Antonino, ha vinto un bel premio!” Era chiamato così, Antonino, con il suo nome di anagrafe, in famiglia e a Vecchiano.
In queste pagine si parte in bicicletta da Pisa, nel Settembre del quarantatre, quando Antonino, appena nato all’ospedale, venne cacciato dalle bombe e, dopo un viaggio di molte ore, arrivò con i suoi genitori a Vecchiano. Poi si ricordano diversi familiari, oltre ai genitori, che hanno avuto cura di lui e hanno esercitato un peso notevole nella sua infanzia, che fu un periodo per lui felice. «Nonostante tutto, non ho nostalgia dell’infanzia, forse perché eravamo nel dopoguerra e la vita era dura e difficile.»
(Antonio Tabucchi, Zig zag. Conversazioni con Carlos Gumpert e Anteos Chrysostomidis, Feltrinelli, Milano 2022, p. 51).
Oltre ai familiari, la maestra Bruna Bucchioni con cui resterà in contatto anche da grande, e l’amico Ernesto Chicca (che nemmeno lui sa spiegare bene perché tutti a Vecchiano lo chiamano Piero). Concludo con una serie di ricordi della moglie Maria José de Lancastre, la Zé, sui giochi che Tabucchi faceva in famiglia e facevano impazzire i loro bambini Michele e Teresa.
«Credo che nella vita si continui a giocare seriamente anche da grandi, con la stessa serietà con cui peraltro si gioca durante l’infanzia.»
(Antonio Tabucchi, Zig zag, cit., p. 51).
Infine, grazie alle insegnanti che hanno organizzato lavori di gruppo sulle fiabe di Tabucchi Irma sirena, Buchettino e Isabella e l’ombra, e grazie agli studenti che hanno guardato con molta attenzione e curiosità alcune fotografie di Tabucchi bambino ingiallite dal tempo, di cui mi sono servito per raccontare questa breve storia scritta per loro, una piccola traccia di un bimbetto vecchianese che, da grande, ha lasciato un segno profondo nella letteratura e nella cultura internazionale.
Tabucchi bambino
Bombe
Antonio Tabucchi era nel grembo materno durante il bombardamento del 31 agosto 1943, che i pisani non si aspettavano. Nasce ventiquattro giorni dopo all’ospedale di Pisa e, mentre veniva al mondo, tutti i vetri delle finestre erano andati in frantumi. Tina Pardella, chiamata con il secondo nome Riesa, era l’unica partoriente in quella stanza dell’ospedale con la suora in apprensione che le diceva:
«Signora si spicci, per favore.»
E lei:
«Faccio quello che posso.»
Suo padre, Adamo, andò a prenderli in bicicletta. Era una bicicletta da uomo senza pneumatici, sostituiti con una fune piena di nodi. Ogni tanto Adamo era costretto a scendere di bicicletta e a spingerla a mano, perché le strade erano piene di crateri delle bombe. Arrivarono a Vecchiano dopo un viaggio di molte ore, nella casa del nonno paterno, dove era più sensato stare.
Nonostante il brusco impatto con la Storia che ebbe appena nato, il bambino Tabucchi ha avuto un’infanzia felice, con due genitori affettuosi, con dei nonni e degli zii che si sono presi cura di lui «e mi hanno anche viziato abbastanza. […]»
(Antonio Tabucchi, Zig zag cit., p. 51).
Bicicletta
La bicicletta è stata la protagonista dell’infanzia di Tabucchi, insieme ai fischi da richiamo costruiti dal nonno, ai quali sono dedicati alcuni capitoli del primo romanzo di Antonio Tabucchi, La bottega dei fischi, scritto nel 1970 e rimasto inedito. La cronologia dei primi romanzi di Tabucchi deve essere un po’ modificata: il romanzo d’esordio di Tabucchi, Piazza d’Italia, è scritto nel 1973 e pubblicato nel 1975; si deve a Thea Rimini, curatrice con Paolo Mauri dell’edizione delle opere di Antonio Tabucchi nella collana «i Meridiani» (Mondadori 2018), questa piccola scoperta archivistica.
(Thea Rimini, Lezione Tabucchi. Per un ritratto dell’artista da giovane: il primo Tabucchi, Università di Siena, 26 Aprile 2023 https://www.youtube.com/watch?v=vFg9lX2js84. Le citazioni successive sono tratte da questa lezione.)
La figura centrale di questo primo romanzo è il nonno che aveva combattuto nella Grande Guerra, buffo è il ritratto che ne fa Tonino, il ragazzino narratore:
«Come aveva fatto il nonno a vincere la guerra in bicicletta? Le piume del cappello non gli andavano sugli occhi? C’era poca differenza tra il manubrio della bicicletta e i baffi del nonno quale dei due aveva preso dall’altro? La reggeva come se la tenesse per mano, il tutto color giallino, sul retro con uno svolazzo. Cesarino Pardella, bersagliere ciclista, Vittorio Veneto, Novembre 1918.»
C’è una foto ingiallita del nonno e il punto di vista di Tonino, il bambino che riduce la guerra a un problema di piume che vanno sugli occhi del nonno e si chiede come avrà fatto a vincere la battaglia di Vittorio Veneto in bicicletta con le piume del cappello che gli cadevano sugli occhi. E poi c’è lo sguardo del bambino sui baffi del nonno Cesarino, li paragona al manubrio della bicicletta. Siamo soliti pensare ai baffi di Tabucchi a quel suo modo di portarli che lo faceva somigliare a Pessoa, il poeta della sua vita. Ma alcune fotografie di Tabucchi mostrano i baffi a manubrio di bicicletta, come quelli di nonno Cesarino.
Antonino
Tabucchi è nato il 24 settembre, però viene registrato alla data del 23. Prese il nome di uno zio materno, morto di tifo un anno prima, mentre era sottotenente con le truppe italiane a Rodi durante la campagna di Grecia. Il nome anagrafico di questo zio era Ferruccio Pardella, ma tutti lo chiamavano Antonino, secondo un’usanza vecchianese, ora non più molto seguita, di attribuire un secondo nome d’uso. Ferruccio non è altro che una delle controfigure dell’autore. Questo nome ricorre nel romanzo Tristano muore (2004). Nel testo Clof, clop, cloffete, cloppete, che fa parte dell’ultima raccolta di racconti di Tabucchi Il tempo invecchia in fretta (2009), si legge:
«Ferruccio. Gli venne in mente il nome Ferruccio […]. Suo zio si chiamava Ferruccio, ma non lo chiamavano Ferruccio, era un nome da anagrafe. Di quelli che si mettono e non si usano.»
(A. Tabucchi, Clof, clop, cloffete, cloppete, in Il tempo invecchia in fretta, Feltrinelli, Milano, 2009 p. 37).
Il nostro Antonino, «qualche rara volta lo aveva chiamato Ferruccio, ma quando era bambino, poi basta» (cit., p. 37). E così anche Tabucchi era chiamato Antonino da bambino e da ragazzo, in ambito familiare, poi basta, poi sarà per tutti Antonio, e poi diventerà il grande Antonio Tabucchi.
Zio Cisello
Tabucchi ha avuto un’infanzia allegra su cui però, quando aveva dieci anni, pesa la morte anche dell’altro zio materno, Cisello, a cui era molto affezionato per le passioni che gli trasmette: la letteratura e il cinema. Era lo zio che lo accompagnava a Firenze a visitare gli Uffizi, «mi prendeva per mano e mi faceva camminare nel corridoio del Vasari». Gli diceva: «e ricordati bene, Antonino, che l’arte è un valore universale, perché appartiene a tutti i popoli, è l’unico linguaggio che li affratelli.»
(A. Tabucchi, Opere, Cronologia, a cura di Paolo Mauri, Milano, Mondadori “I Meridiani”, 2018, Tomo primo, pp. LXI).
Zia Anna
Il bimbo Tabucchi trascorre parte dell’infanzia nella casa dei nonni materni, a stretto contatto con lo zio Cisello e la zia Anna, che sarà sempre vicino ad Antonio, fu lei ad accorgersi che era molto miope e, fin da quando aveva cinque anni, cominciò a portare gli occhialini per vedere da lontano.
Sempre nella finzione del racconto Clof, clop, cloffete, cloppete lo sgocciolio della flebo per la zia malata fa emergere un ricordo d’infanzia.
Il protagonista va a trovare la zia all’ospedale e gli racconta un episodio, dice lei: «di quando eri un bambino così piccolo che tu non te ne puoi ricordare.»
E così gli parla di quando lui aveva cinque anni. Gli dice che in casa si erano rassegnati a credere quello che aveva detto la maestra dell’asilo infantile, che lui fosse «un po’ ritardato». La zia però non ci credeva, perché gli aveva insegnato l’alfabeto e lui lo aveva imparato subito. Però la maestra diceva: «disegno le lettere sulla lavagna […] gliele faccio ripetere, le ripetono tutti e lui sta zitto, i casi sono due, o è un bambino difficile e si rifiuta o non capisce proprio.» (cit., p. 39)
Poi la zia ricorda un buffo episodio, tenete a mente che Ferruccio era chiamato Antonino:
« […] era di luglio, eravamo al Forte, sulla spiaggia passava una donna con un grembiule bianco e una cesta al braccio che gridava: bomboloni!, eravamo sotto l’ombrellone, tu volevi un bombolone e tuo padre stava per chiamarla ma io ti dissi: Ferruccio, vai a prendertelo da solo, poi ti do i soldi, ricordi? Lui non disse niente, vagò nella memoria. Fai uno sforzo, disse lei, vedi se acchiappi il ricordo, eri seduto su una ciambella di caucciù bianca e nera che ti aveva costruito tuo padre con la camera d’aria di un motorino alla quale aveva attaccato un collo di papera di cartapesta impermeabile che aveva trovato nei magazzini dove costruivano i carri del carnevale, doveva essere uno dei primi carnevali di Viareggio dopo il disastro, tu ci stavi abbracciato tutta la mattina ma non avevi il coraggio di portarla in acqua, ora ti vedi? Lui si vide. Anzi, gli sembrò di vedersi, vide un bimbetto striminzito che abbracciava uno pneumatico al quale avevano attaccato un collo di papera e il bimbetto diceva al babbo: voglio un bombolone. Lo vedo, zia, confermò, credo di esserci. E allora io ti dissi di andartelo a prendere, sussurrò lei, tu abbandonasti la papera e corresti incontro a quel grembiule bianco sulla spiaggia, svelto svelto, per paura che passasse un signore imponente che stava sul bagnasciuga a far vedere come era elegante col suo bell’accappatoio bianco ti prese per mano senza capire e ci chiamò con sussiego, e io dissi a tuo padre: il bambino da lontano non ci vede, ha scambiato quel signore per la donna dei bomboloni, è miopissimo, altro che ritardato, portatelo dall’oculista.» (cit., pp. 39-40)
Per un breve ritratto provvisorio di quel «bimbetto striminzito», possiamo leggere ancora un pezzetto del racconto Clof, clop, cloffete, cloppete:
«E rivide il se stesso di allora, un bimbetto magrolino, gli occhiali già da miope, non capiva, e poi perché quel dolore costante al ginocchio sinistro.»
Tenete a mente questo dolore al ginocchio. Intanto, nel ricordo della zia, si dice che erano sulla spiaggia di Forte dei Marmi e, oltre al fatto che lei scoprì il miopismo del nipote, il bambino aveva una buffa ciambella, ma non ci faceva il bagno, «non avevi il coraggio di portarla in acqua.» Fu ancora la zia Anna che gli insegnò a nuotare quando era ancora «un bimbetto magrolino»; da ragazzo si tufferà nell’acqua limpida e rica di pesci del Serchio e più tardi, in Portogallo, le nuotate le farà nell’Atlantico.
Maestra
Antonino, quando fu il tempo di andare a scuola, va alle elementari a Vecchiano. Ha una maestra molto giovane, Bruna Bucchioni, con cui resterà in contatto anche da adulto. Un amico, Massimo Marianetti, che è stato il primo segretario di Tabucchi, ha raccontato un aneddoto simpatico. Di quando la maestra Bruna un giorno disse alla madre di Antonino: diventerà uno scrittore. A quel tempo a scuola si scrivevano i pensierini per imparare a ragionare. Antonino scriveva dei pensierini semplici, buffi e curiosi. Scriveva bene, in famiglia nessuno se n’era accorto e naturalmente neppure lui lo sapeva. Ma la maestra sì: i suoi quaderni erano pieni di pensierini che mostravano una sicura padronanza della lingua e una grande capacità ideativa.
L’altro giorno, disse la maestra a sua madre, ho scritto alla lavagna il titolo di un pensierino: “Un animale della fattoria”. Sul quaderno di Antonino c’era scritto: “Il maialino è una macchia rosa un po’ grassottella che in fondo ha un codino fatto a punto interrogativo”. La maestra convocò la madre, le mostrò il quaderno e le disse: il suo bambino diventerà scrittore.
In realtà Antonino voleva fare l’astronomo, andava spesso con suo nonno materno Cesarino in cortile a osservare le stelle, conosceva a memoria tutte le costellazioni. Però era un ragazzino difficile da educare e voleva smettere di studiare, fu sua madre che lo spinse a continuare e lo iscrisse alle medie a Pisa, in Santa Caterina.
Molti anni dopo, un bel giorno, però, Antonio Tabucchi ha scoperto di essere diventato scrittore, se ne accorse nel 1975, quando pubblicò Piazza d’Italia, una “Favola popolare in tre tempi, un epilogo e un’appendice”. La scrittura ha accompagnato tutta la vita di Antonio fino alla fine, quando, in una stanza d’ospedale, due notti prima di morire, a letto e con “la mascherina dell’ossigeno sempre fissa sulla faccia”, a occhi chiusi ha dettato, interrotto dai colpi di tosse, per ore, a suo figlio il suo ultimo racconto. Poi il racconto era finito e a suo figlio «gli era venuto da sorridere a vederle tutte insieme» quelle parole.
(Andrea Bajani, Mi riconosci, Feltrinelli, Milano, 2013, pp. 122-123).
L’amico Piero
Antonino cresceva baldanzoso e giocoso, “era piuttosto discolo, estroso, ne inventava di tutti i colori”, dice Ernesto Chicca, Piero, il suo amico d’infanzia e custode di quel tempo lontano. Giocavano a fare la guerra per bande. Antonino era il più grande ed era il capo. Ci vuole una certa grinta per giocare ai banditi e fare il capo, in certe situazioni devi alzare l’indice e puntarlo alla gola dell’avversario per farti intendere bene. Frequenti erano gli scontri con le strombole contro una banda capeggiata da un ragazzo a cui avevano dato il soprannome di Medoro. “Non ha mai giocato con le armi, niente spade né pistole”, ricorda l’amico Piero. Quando a Vecchiano fu asfaltata la prima strada, Antonino lanciò la moda dei pattini a rotelle, di ferro, pesanti, ereditati dagli zii. D’estate gli piaceva fare il bagno in Serchio, in quell’acqua limpida e ricca di pesci.
Racconta ancora: “Il ricordo d’infanzia più bello è quando ci siamo improvvisati esploratori e siamo andati a esplorare una grotta che è qui Vecchiano, un luogo paurosissimo in cui nessuno entrava, invece noi ci siamo entrati dentro due volte alla ricerca della tomba di un frate, lo Scrocci, un prete che abitava in Castello. Noi andammo lassù armati di pale e picconi per trovare la tomba dello Scrocci. Questa è stata l’avventura più bella che mi ricordo.”
Ricorda anche quando gli leggeva ad alta voce libri per ragazzi e gli faceva da maestro, severo ed esigente:
“Poi lasciava che me li portassi a casa per leggerli per conto mio. Il giorno dopo mi chiedeva: lo hai letto? Sì, ma non tutto, rispondevo. Allora fammi il riassunto di quello che hai letto, mi diceva con uno sguardo volpino dietro i suoi occhialini dorati, e se non lo sai fare non te li do più. In questo modo credo di essere stato costretto a leggere la maggior parte dei libri da ragazzi di quei tempi e di aver preso così la mia passione per la lettura unendo il dilettevole all’utile”.
La frase finale dell’amico Piero, unire l’utile al dilettevole, è come un ringraziamento postumo all’amico che gli ha fatto scoprire il piacere di leggere.
Verso i dodici anni Antonino saluta la stagione dell’infanzia e dell’inconsapevolezza nella casa d’angolo di Piazza Garibaldi, «con gli occhiali già da miope, non capiva, e poi perché quel dolore costante al ginocchio sinistro» (Clof, clop, cloffete, cloppete, cit., p. 35).
È costretto a letto per diverso tempo, più tardi quel forte dolore al ginocchio sarà poi diagnosticato come “tubercolosi ossea”, ne approfitta per leggere, grazie alla biblioteca dello zio Cisello e scopre “l’allegria della lettura”.
(Maria José de Lancastre, Giornata internazionale per Antonio Tabucchi, organizzata dall’Istituto italiano di cultura, Università di Barcellona, 4 Marzo 2025)
Di un dolore al ginocchio, che lo vide fermo per diverso tempo, Tabucchi parla in varie occasioni, per esempio, conversando con il suo traduttore spagnolo, dice:
«Fu un periodo molto curioso, perché da principio mi annoiavo tantissimo. […] Avevo una nonna simpatica e intelligente che mi comprava dei libri per ragazzi e fu lei, in questo modo, a farmi scoprire questa grande passione che se ne stava nascosta dentro di me e che io ancora non conoscevo. E poi ci fu uno zio materno che ebbe un ruolo davvero importante in quel periodo. Era l’intellettuale della famiglia: scriveva commedie che non pubblicò mai e aveva una piccola biblioteca piena di libri […]».
E così scoprì «la vera passione per la lettura e di conseguenza la vera passione per la scrittura» (Zig zag, cit., p. 52).
Lo colpirono tre libri: Pinocchio, il Don Chisciotte, «poi Stevenson, soprattutto L’isola del tesoro, che è uno dei libri più belli del mondo, uno di quelli che porterei senza dubbio su un’isola deserta» (Zig zag, cit., pp. 52-53).
Scrive Tabucchi nel racconto Atlante, in Viaggi e altri viaggi (2010):
«La scoperta (e la fascinazione) della letteratura venne nell’adolescenza grazie a un libro “magico” che per me continua a essere magico, L’isola del tesoro. […] Seguendo la fantasia, ma confidando nel principio di realtà, cercavo quell’isola sul mio atlante, che fu l’altro libro “magico”. Era l’atlante De Agostini.»
Tabucchi stravagante
Maria José de Lancastre, per Antonio e per gli amici Zé, è stata la compagna di vita di Tabucchi. Qualche anno fa, nell’anniversario della morte del marito, dialoga con Marco Alloni sulla dimensione privata di Tabucchi. I ricordi sono pubblicati da “Il Fatto Quotidiano” con il titolo Un bimbo giocoso. Mi aspettavo un racconto di Antonio da piccolo e invece, fin dal sottotitolo, Tabucchi, sigarette, fantasmi e patate, si parla di Tabucchi da adulto, e Zé ci mostra l’immagine dello scrittore in famiglia.
«La vera arte affabulatoria di Antonio la si è sempre scoperta con meraviglia e incanto sulla pagina, ma la si “toccava con mano” nella conversazione con lui” […] Nella vita quotidiana la sua dimensione affabulatoria sceglieva una dimensione più familiare, ludica e, curiosamente, vicina all’arte scenica: gli piaceva sorprenderci sia a livello del linguaggio (i giochi di parole) sia a quello del ragionamento paradossale (la soluzione imprevedibile) sia a livello di vera e propria rappresentazione teatrale , con il travestimento, il camuffarsi, l’invenzione di trame e giochi.»
(Marco Alloni, Un bimbo giocoso: Tabucchi, sigarette, fantasmi e patate, Il Fatto Quotidiano, 22 Marzo 2022. Tutte le citazioni che seguono sono tratte da questo articolo)
A questo punto l’intervistatore domanda:
«In effetti nel ricordo di chi lo ha conosciuto Antonio riusciva sempre a sorprendere, a cogliere aspetti della realtà del tutto imprevedibili. In un certo senso tutta la sua vita è stata improntata al “gioco del rovescio”.»
E Zè risponde:
«Sì, i bambini adoravano i suoi “numeri” preferiti: la sigaretta che “penetrava” in un orecchio e sbucava dall’altro, dopo una passeggiata dentro la testa; o il fantasma, la sera, con i denti enormi, tagliati in una patata, e illuminati dalla torcia, provocando gioiose grida di terrore. Questo aspetto della sua personalità lo si trova in una serie di fotografie che ho riunito, nell’archivio fotografico, in una cartella intitolata “Tabucchi stravagante”, dove lo vediamo, per esempio, “leggere” attentamente un giornale singalese o sul divano con un libro in una mano, una scarpa nell’altra e una borsa dell’acqua calda sulla testa: ci vuole stupire, svegliare alla finzione, ci racconta una storia.»
La personalità di Tabucchi aveva diversi tratti, compreso quello di essere stravagante. Era una persona curiosa, aperta, originale, simpatica, ironica, inquieta, aveva anche i suoi malumori. Era un uomo libero e coraggioso, diceva la sua con convinzione e non si tirava indietro di fronte battaglie difficili e polemiche feroci, riusciva a colpire l’avversario di turno in modo divertente, anche persone potenti, ben sapendo che avrebbe rischiato di andare incontro a dei guai.
Si potrebbe immaginare l’infanzia di un grande scrittore come Tabucchi e dai libri che ha scritto un po’ triste e solitaria.
«Al contrario, ero un bambino molto vivace e socievole, difficile da tenere a freno e da educare. Con i miei amici facevamo continue scorribande sui colli dei dintorni alla ricerca di nidi di uccelli che poi portavamo a casa. Era questa la nostra passione. Ricordo spesso i miei genitori in preda alla disperazione perché alle otto di sera non eravamo tornati a casa. Mi cercavano in tutto il paese… in poche parole, ho avuto un’infanzia molto libera che ricordo con grande nostalgia.»
(A. Tabucchi, Zig zag, cit, p. 264).
La sera della conferenza che tenne al teatro del popolo di Migliarino, che poi fu l’ultima, una «conversazione letteraria» che in realtà è un testamento, all’inizio Tabucchi cominciò a parlare e a scherzare per qualche minuto un po’ in vecchianese e disse che il pomeriggio era stato dal dentista e gli aveva detto che aveva una mascella abbastanza rovinata. «Ho detto: è vero, perché da bambino feci un tuffo un po’…, quando si è un po’ scemi, a Marina di Pisa e c’era uno scoglio sotto e ci picchiai anche la testa, quindi mi rovinai abbastanza.»
(A. Tabucchi, Elogio della letteratura, Migliarino, Maggio 2011).
Tabucchi, ha vissuto un’infanzia anche un po’ spericolata e misteriosa, vista con un po’ di preoccupazione dai suoi genitori. C’è comunque un legame profondo fra il bambino Tabucchi e l’uomo Tabucchi, specialmente per questo tratto di libertà e di imprevedibilità, e poi per l’atteggiamento ludico. Sono felice di averlo scoperto, perché quella sera a Migliarino ero un po’ intimorito nel dover presentare il grande scrittore davanti a tante persone, non sapevo niente di Antonio bambino, altrimenti avrei fatto un elogio della sua infanzia libera, felice e giocosa che lo ha riscaldato per tutta la vita.
Ovidio Della Croce
Vecchiano, Marzo 2025
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