Agli studenti, alle studentesse, agli insegnanti e alle insegnanti della Scuola Leopardi di Vecchiano,
perché senza di loro le giornate tabucchiane non sarebbero state così belle.
Per conoscere Antonino
Nel breve tempo che mi è concesso vi racconterò alcuni momenti dei primi anni di vita di un bambino, da quando nacque fino a, più o meno la vostra età, dall’uscita dall’infanzia all’ingresso nell’adolescenza. Dietro a uno scrittore c’è un uomo, e prima un bambino. Ricostruire la vita di un bambino che non c’è più è un’impresa molto difficile, ma parlandone con voi sarà un po’come farlo ritornare qui con noi.
Per conoscere Antonino ho scritto un Abbecedario con le ventuno lettere disposte in ordine alfabetico. Siccome “la vita non è in ordine alfabetico”, come si legge in un pannello dell’installazione allo Spazio Culturale qui a Vecchiano dedicato al grande scrittore vecchianese, allora le lettere saranno estratte a caso. A ogni lettera dell’alfabeto è collegata un’informazione sulla vita di questo bambino, di questo ragazzo. Saranno soltanto frammenti, ma ci basteranno per giocare un po’ con lui.
Istruzioni
Le ventun lettere dell’alfabeto in una scatola. La lista con le informazioni sulla vita di Antonino dalla nascita fino al limitare dell’adolescenza per chi conduce il gioco, che chiamiamo “maestro” o “maestra”.
Un ragazzo e una ragazza per estrarre le lettere dell’alfabeto.
Giocare è molto semplice: viene aperta la scatola ed estratta una lettera dell’alfabeto, il “maestro” o la “maestra” legge l’informazione ad alta voce.
Quando il gioco è finito il “maestro” o la “maestra” taglia i fogli dove sono contenute le ventuno informazioni e le distribuisce una per una a chi vuole continuare a giocare con questi momenti di vita di Antonino illustrandoli con un disegno.
Il maestro
Prima di cominciare leggiamo un testo di uno scrittore amico di Antonino intitolato Il maestro.
Il primo giorno di scuola, il maestro ha appoggiato sulla cattedra una scatola di legno. Poi ha sollevato il coperchio, ci ha guardato dentro, e una dopo l’altra ha cominciato a tirare fuori le lettere dell’alfabeto. Erano pezzi di legno colorati, ciascuno con una sua forma. Senza respirare, abbiamo lasciato i banchi e siamo scivolati verso di lui, come limature di ferro richiamate dalla calamita. In pochi minuti eravamo raccolti intorno alla cattedra. Quando ha estratto l’ultima lettera – era la G e il maestro l’ha lasciata insieme alle altre sulla fòrmica del tavolo – ci ha chiesto di fare silenzio. Quindi ci ha spiegato che le lettere dell’alfabeto sono ventuno. Possono sembrare poche, ha detto, ma con queste lettere, d’ora in poi dovrete fare tutto. Con ventuno lettere – ha detto prendendole tutte nelle mani e poi passandole sotto i nostri nasi – si può costruire e distruggere il mondo, nascere e morire, amare, soffrire, minacciare, aiutare, chiedere, ordinare, supplicare, consolare, ridere, domandare, vendicarsi, accarezzare.
Andrea Bajani, La vita non è in ordine alfabetico, Einaudi, 2014
A come Antonino
Antonino è nato a Pisa il 24 settembre del ‘43, ma viene registrato all’anagrafe in data 23. Antonino era il nome di uno zio, fratello della madre, morto di tifo un anno prima della sua nascita, mentre era sottotenente con le truppe italiane a Rodi, durante la campagna di Grecia. Il vero nome di questo zio, quello anagrafico, era Ferruccio Pardella, ma tutti lo chiamavano Antonino, secondo un’usanza vecchianese, ora non più molto seguita, di attribuire un secondo nome oltre quello anagrafico. Dello zio Antonino/Ferruccio sono rimaste alcune carte dalle quali si deduce che amava scrivere, ma non aveva mai pubblicato nulla. Invece Antonino diventerà il grande scrittore Antonio.
B come bombe
Antonino era nel grembo materno durante il bombardamento del 31 agosto 1943, nasce ventiquattro giorni dopo all’ospedale di Pisa e, mentre veniva al mondo, tutti i vetri delle finestre erano andati in frantumi. «Io sono nato sotto i bombardamenti, all’ospedale di Pisa, nell’incertezza tra l’uscire o il restare dentro.» Lungarno Pacinotti era devastato dal bombardamento, il ponte di Mezzo era crollato, erano rimasti solo i piloni. Antonino non ebbe una percezione esatta degli attacchi aerei, ma dice: «ho un ricordo nitido della città sventrata.» (Thea Rimini, Tabucchi par lui-même, p. 124).
«La mattina dopo è venuto mio padre e ci ha portati via in bicicletta. Era una bicicletta da uomo, mia madre sedeva sulla canna e mi teneva fra le braccia. Mio padre mi raccontava che questa bicicletta non aveva più le gomme, e lui le aveva sostituite con delle corde, con un nodo. Ad ogni pedalata si sentiva il nodo… Poi, ogni tanto, mio padre doveva scendere, perché c’erano i crateri scavati dalle bombe per le strade, e bisognava camminare. Così, non so dopo quante ore, siamo arrivati qui, a Vecchiano, in questa casa che apparteneva a mio nonno paterno» (Thea Rimini, cit., p. 172).
C come Cisello
Antonino ha avuto un’infanzia allegra su cui però, quando aveva dieci anni, pesa la morte anche dell’altro zio materno, Cisello, a cui era molto affezionato per le passioni che gli trasmette: la letteratura e il cinema. Era lo zio che lo accompagnava a Firenze a visitare gli Uffizi, «mi prendeva per mano e mi faceva camminare nel corridoio del Vasari». Gli diceva: «e ricordati bene, Antonino, che l’arte è un valore universale, perché appartiene a tutti i popoli, è l’unico linguaggio che li affratelli» (A. Tabucchi, Viaggi e altri viaggi).
D come dolore al ginocchio
Verso gli undici o dodici anni è costretto a letto per diverso tempo, più tardi quel forte dolore al ginocchio sarà poi diagnosticato come “tubercolosi ossea”. Da principio si annoiava tantissimo, ma aveva una nonna simpatica e intelligente che gli comprava dei libri per ragazzi e fu lei, in questo modo, a fargli scoprire questa passione che aveva dentro di sé e di cui ancora non si era accorto. Grazie alla biblioteca dello zio Cisello approfitta per leggere molti volumi di letteratura. Rimase colpito da tre libri: Pinocchio (che dagli abbecedari si teneva alla larga), il Don Chisciotte (l’ho aperto e mi sono imbattuto nella solenne frase sulla storia: “esempio e specchio del presente e ammaestramento per l’avvenire”), poi Stevenson, soprattutto L’isola del tesoro, che è uno dei libri più belli del mondo, un libro “magico”. La scoperta della letteratura venne nella prima adolescenza grazie anche a un altro libro “magico”, l’Atlante Geografico De Agostini.
E come elementari
Frequenta le scuole elementari a Vecchiano. Ha una maestra molto giovane, Bruna Bucchioni, con cui resterà in contatto anche da adulto. Antonino scriveva dei pensierini semplici, buffi e curiosi. Scriveva bene, in famiglia nessuno se n’era accorto e naturalmente neppure lui lo sapeva. Ma la maestra sì: da grande farà lo scrittore, diceva a sua madre. I suoi quaderni documentano che possedeva una sicura padronanza della lingua, una grande capacità ideativa e di organizzazione delle idee.
F come famiglia
Aveva una famiglia piuttosto patriarcale, ha vissuto con i nonni, i genitori e uno zio. La madre, Tina Pardella, era ostetrica, veniva chiamata con il suo secondo nome, Riesa. Dicevano che era “la balia degli zingari”, perché aiutava gratis le partorienti povere.
Il padre, Adamo, era commerciante, gestiva il Bar Sport in Piazza Garibaldi a Vecchiano. Era una brava persona. Con Antonino ha avuto sempre un ottimo rapporto, era il primo a capire certi suoi bisogni e certi suoi desideri. Per esempio, quando Antonino finirà il Liceo, e voleva partire per Parigi, accetterà di aiutarlo a fare quel viaggio.
G come giochi
Aveva tempo per giocare, per annoiarsi e inventare giochi per vincere la noia. I suoi giochi erano liberi e in spazi aperti e poco delimitati, senza la presenza degli adulti. Giocava insieme ai suoi amici per le vie di Vecchiano e, quando fu asfaltata la prima strada, Antonino lanciò la moda dei pattini a rotelle, di ferro, pesanti, ereditati dagli zii. D’estate gli piaceva fare il bagno in Serchio, in quell’acqua limpida e ricca di pesci.
Una delle avventure più belle era quando si improvvisava esploratore insieme all’amico Piero. Una volta andarono a esplorare una grotta che è qui Vecchiano, un luogo pauroso in cui nessuno entrava, invece loro due ci entrarono lo stesso alla ricerca della tomba di un frate, lo Scrocci, un prete che abitava in Castello. Andavano lassù armati di pale e picconi per trovare la tomba dello Scrocci.
Era un ragazzo “fumino”, estroso e creativo. Un altro dei giochi preferiti era la guerra per bande. Antonino era il capo e guidava gli scontri con le strombole contro la banda rivale capeggiata da un ragazzo soprannominato Medoro, ma non ha mai usato armi, niente spade né pistole. Aveva imparato un gioco che si rifiutava di fare, perché un giorno scoprì che c’era qualcosa di meglio da fare che catturare un animaletto: «Andavo alla ricerca di lucertole, che avevano nidificato da quella parte e che prendevano il sole immobili sui sassi, con il capo alzato e gli occhietti puntati verso il nulla. Avrei saputo anche catturarle con un laccio di giunco che mi aveva insegnato a costruire un mio compagno di scuola, ma preferivo osservare quei corpicini incomprensibili e sospettosi del più piccolo rumore, come assorti in una preghiera indecifrabile» (I pomeriggi del sabato, in Il gioco del rovescio, pp. 85-86).
Crescendo si dedicava alla lettura ad alta voce di libri per ragazzi e faceva da maestro severo ed esigente a Piero, gli prestava i libri da leggere, lo obbligava a farne il riassunto e, se non gli riusciva, gli diceva: non te li do più.
E poi, se pioveva e arrivava la noia, lavorava di immaginazione e per fortuna c’era il gioco del se e il più bravo è chi propone cose da matti, matti da legare, mamma mia che risate, sentite questa e se il papa atterrasse a Pisa (Clof, clop, cloffete, cloppete, p. 45). Sentite quest’altra: se il mondo fosse governato dai ragazzini, sarebbe incasinato di giochi.
H come Hölderlin
Hölderlin è un grande poeta tedesco vissuto tra fine settecento e prima metà dell’ottocento è considerato uno dei più grandi poeti della letteratura mondiale. Ascoltate cosa scriveva a sua nonna circa due secoli fa:
«Possa l’uomo portare a compimento la promessa del bambino che è stato.»
Friedrich Hölderlin, Alla mia venerabile nonna.
Bene vi giro questa frase di Hölderlin con tutti i miei migliori auguri.
Antonino ha avuto un’infanzia libera. «Era un bambino allegro, davvero allegro, rideva sempre, così allegro, e aveva anche il senso dell’umorismo» (Dolores Ibarruri versa lacrime amare, in Il gioco del rovescio, cit., p. 102). E lo è stato anche da grande, gli piaceva scherzare, certo ha avuto i suoi malumori, ma comunque questo atteggiamento ludico e ironico l’ha sempre mantenuto, insieme a un tratto di libertà e di imprevedibilità.
I come infanzia
Ha vissuto l’infanzia nel dopoguerra e la vita era dura e difficile, ma ha avuto un’infanzia felice e libera nei giochi, nell’esplorazione e nell’avventura, con dei genitori affettuosi e dei nonni che si sono presi cura di lui e degli zii che lo hanno anche un bel po’ viziato.
Voleva fare l’astronomo, ma è diventato un grande scrittore. Leggendo i suoi libri, si direbbe che fosse stato un bambino solitario e un po’ triste.
«Al contrario, ero un bambino molto vivace e socievole, difficile da tenere a freno e da educare. Con i miei amici facevamo continue scorribande sui colli dei dintorni alla ricerca di nidi di uccelli che poi portavamo a casa. Era questa la nostra passione. Ricordo spesso i miei genitori in preda alla disperazione perché alle otto di sera non eravamo tornati a casa. Mi cercavano in tutto il paese […] in poche parole, ho avuto un’infanzia molto libera che ricordo con grande nostalgia.»
(A. Tabucchi, Zig zag, cit., p. 264).
L come lambretta
Suo padre Adamo aveva comprato una lambretta per festeggiare il tredicesimo compleanno di suo figlio e lo porta a fare un giro per la val di Serchio. La scena è presente nel racconto Gli archivi di Macao: «Tu guidavi a braccia allargate, perché le lambrette di quell’epoca avevano il manubrio ampio, guardavo la tua sciarpa che sventolava e mi faceva il solletico con la frangia, avrei voluto grattarmi il naso ma avevo paura di cadere; […] io ti ho battuto con due dita sul collo per pregarti di andare più piano.» […] (I volatili del Beato Angelico, 1987, p. 73).
M come medie
A Vecchiano non c’erano le scuole medie, Antonino era un ragazzino difficile da educare, voleva smettere di studiare, sua madre lo convince ad andare a Pisa all’Istituto Santa Caterina. Dopo le medie comincia a frequentare il ginnasio e poi il Liceo classico sempre a Pisa.
N come nonni
I nonni, come i genitori, non gli facevano mancare niente, anche se non erano ricchi vivevano bene.
La nonna materna, Erina, era levatrice diplomata, «da parte materna la sua famiglia era una famiglia di ostetriche da almeno cinque generazioni.» (A. Tabucchi, Opere, Cronologia, a cura di Paolo Mauri, Milano, Mondadori “I Meridiani”, 2018, Tomo primo, p. XXXIX).
Il nonno materno, Cesarino Pardella, era operaio alla Saint-Gobain, aveva combattuto nella Grande Guerra ed era stato decorato. «Era un uomo serio e concreto.» Sapeva tante cose e Antonino voleva scoprirle tutte. Era socialista libertario e aveva subito le aggressioni fasciste. Aveva dei baffi «a manubrio di bicicletta», diceva Antonino. Nonno Cesarino lo portava in giardino a guardare le stelle, il cielo si fermava ad ascoltarli, Antonino imparò a memoria i nomi di tutte le costellazioni, si appassionò alla materia e da grande voleva fare l’astronomo. Trovavano molte occasioni per stare insieme, anche per una partita di calcio: «Quando ero ragazzo, con mio nonno, guardavo le partite della nazionale» (A. Tabucchi, L’oca al passo, p.102).
I nonni paterni erano Augusta e Vivarello, che aveva i cavalli, delle vigne, un oliveto e era di idee anarchiche. Antonino ha avuto una grande fortuna ad avere i nonni vicino a sé
O come occhiali
«E rivide il se stesso di allora, un bimbetto magrolino, gli occhiali già da miope, non capiva, e poi perché quel dolore costante al ginocchio sinistro.» (Clof, clop, cloffete, cloppete, p. 35).
Curioso scoprire come si accorsero che gli ci volevano gli occhiali. Sempre nel racconto Clof, clop, cloffete, cloppete la zia, all’ospedale, racconta al protagonista un episodio di quando lui aveva cinque anni. La maestra dell’asilo infantile pensava che fosse «un po’ ritardato», diceva: «disegno le lettere sulla lavagna […] gliele faccio ripetere, le ripetono tutti e lui sta zitto, i casi sono due, o è un bambino difficile e si rifiuta o non capisce proprio.» I suoi genitori si erano rassegnati a crederle
«La zia però non ci credeva, perché gli aveva insegnato l’alfabeto e lui lo aveva imparato subito» (cit., p. 39).
Poi la zia ricorda un buffo episodio, tenete a mente che Ferruccio era chiamato Antonino:
« […] era di luglio, eravamo al Forte, sulla spiaggia passava una donna con un grembiule bianco e una cesta al braccio che gridava: bomboloni!, eravamo sotto l’ombrellone, tu volevi un bombolone e tuo padre stava per chiamarla ma io ti dissi: Ferruccio, vai a prendertelo da solo, poi ti do i soldi, ricordi? Lui non disse niente, vagò nella memoria. […] E allora io ti dissi di andartelo a prendere, sussurrò lei, tu abbandonasti la papera e corresti incontro a quel grembiule bianco sulla spiaggia, svelto svelto, per paura che passasse un signore imponente che stava sul bagnasciuga a far vedere come era elegante col suo bell’accappatoio bianco ti prese per mano senza capire e ci chiamò con sussiego, e io dissi a tuo padre: il bambino da lontano non ci vede, ha scambiato quel signore per la donna dei bomboloni, è miopissimo, altro che ritardato, portatelo dall’oculista.» (cit., pp. 39-40)
Così ad Antonino misero degli occhialini dorati.
P come Piticche e Piero
Trascorre parte dell’infanzia nella casa dei nonni materni, con la zia Anna e lo zio Cisello. In quei primi anni quaranta in casa venne accolta una coppia di ebrei francesi che chiamavano Antonino “petit” e lui diceva “Piticche”. Di questo lontano ricordo resta traccia in un racconto, un nome di tenereza, «nei nomi c’’è il tempo passato insieme, le persone che ci sono morte, cose fatte insieme, luoghi, altri nomi, la nostra vita. Piticche vuol dire piccino. Lui era proprio piccino, da piccolo. Era biondino, guardi questa fotografia, ha quattro anni, non quella, lì ha otto anni, questa qui accoccolato vicino al Pinocchio, non vede che il Pinocchio è più alto di lui?» (Dolores Ibarruri versa lacrime amare, in Il gioco del rovescio, il Saggiatore, Milano, 1983, p. 103)
Ernesto Chicca, Piero come secondo nome vecchianese, l’amico d’infanzia, quello con cui Antonino giocava da piccolo, “ma mai con le armi”, ricorda l’amico intimo di tutta la vita, custode di tanti ricordi, quello a cui Antonio ha dedicato un racconto intitolato Nuvole, e che chiamava al telefono da Lisbona anche quando cominciò a stare male.
Q come quaderno
Quando ha quindici anni, a scuola, gli fanno scrivere in prosa la traduzione italiana dell’Odissea fatta nel 1700 da Ippolito Pindemonte. Che tortura per il povero Antonino! Che fatica tradurre nelle povere parole di giovane studente quelle parolone di Pindemonte così pesanti. «Però poi, quando finì l’anno scolastico ed arrivò l’estate, come fu bello leggere sul mio quaderno di alunno la versione in prosa che avevo fatto con le mie parole incerte e zoppicanti, con il mio povero ed essenziale lessico» (Tabucchi par lui-même, p. 146). Questa fu la sua prima traduzione e non se ne rese conto, da grande diventerà un bravo apprezzato traduttore, specialmente dell’opera di Fernando Pessoa.
Da scrittore scriveva sempre come faceva a scuola: la prima stesura di un testo la faceva su un quaderno nero poi, lo copiava in bella e faceva delle correzioni, come ultima versione lo batteva a macchina introducendo anche delle varianti.
R come rovescio
È un gioco che si fa da bambini, ma anche da grandi, e che poi lo ritroviamo in un suo racconto, uno dei più belli della letteratura europea di fine novecento.
«Il gioco consisteva in questo, diceva Maria do Carmo, ci mettevamo in cerchio quattro o cinque bambini, facevamo la conta, a chi toccava andava in mezzo, lui sceglieva uno a piacere e gli lanciava una parola, una qualsiasi, per esempio mariposa, e quello doveva pronunciarla subito a rovescio, ma senza pensarci sopra, perché l’altro contava uno due tre quattro cinque, e a cinque aveva vinto, ma se ti riuscivi a dire in tempo asopiram, allora eri tu il re del gioco, andavi in mezzo al cerchio e lanciavi la tua parola a chi volevi tu.» (Il gioco del rovescio, pp. 12-13)
S come scrittura
Quanto era piccolo scriveva cose un po’ venali, si era specializzato in letterine di Natale. Durante la sua «carriera scolastica» ha continuato a usare la sua bravura nello scrivere in maniera un po’ furbetta, scriveva il compito di italiano ai migliori della classe di matematica, fisica e scienze per essere ricambiato nel favore. «Per fare il compitò di italiano ci davano quattro ore. Io finivo il mio in venti minuti e usavo il resto del tempo per scrivere quelli degli altri.»
«A quei tempi c’era ancora un’usanza che piano piano si è andata perdendo: si scriveva alla famiglia per Natale, per chiedere qualche regalino, e si lasciava la letterina sotto il piatto di qualche parente, durante il pranzo di Natale al quale, nel mondo patriarcale che ho conosciuto, prendeva parte tutta la famiglia. Quelle letterine dei bambini che gli adulti facevano finta di trovare, con grande sorpresa, sotto i piatti, si leggevano a tavola. Era una specie di gioco fra genitori e figli, e prevedeva tutta una serie di convenzioni che dovevano essere rispettate. Nella letterina il bambino esponeva le proprie virtù, diceva quanto era stato bravo e raccontava quello che aveva fatto di buono durante l’anno per meritare il regalo dell’adulto. Ma visto che io ero piuttosto discolo e ne combinavo di tutti i colori, mi vedevo costretto a inventare il comportamento modello che non avevo tenuto, e così raccontavo agli adulti presenti una serie di episodi inventati di sana pianta, anche se tutti quanti sapevano benissimo che stavo mentendo. Esisteva tuttavia una specie di complicità tra me e loro, e stavano al gioco. Queste letterine, con un certo sforzo, potrebbero essere considerate i primi racconti che io abbia inventato» (A. Tabucchi, Zig zag, cit., pp. 54-55).
T come terza declinazione
Verso la fine degli anni Cinquanta, avrà avuto quattordici anni, si trova alle prese con il latino, in un’estate molto calta studia la grammatica latina e si accanisce sulla terza declinazione per riuscire a rimediare a settembre.
Ecco un frammento de I pomeriggi del sabato, un racconto misterioso e ricco di dettagli che: «e io ero impegnatissimo con la terza declinazione, specie i parisillabi e gli imparisillabi, non riuscivo mai a ricordarmi quelli che facevano in um e quelli che facevano in ium, la professoressa aveva detto questo ragazzino lo ha preso male fin dall’inizio dell’anno, confonde tutte le declinazioni, e poi cosa vuole cara signora, il latino è una lingua esatta, è come la matematica, se uno non c’è tagliato non c’è tagliato, lui è più bravo nella composizione libera, comunque può supplire con lo studio. E così avevo passato tutto il mese di maggio a cercare di supplire, ma evidentemente non avevo supplito abbastanza» (I pomeriggi del sabato, in Il gioco del rovescio, cit., p. 82). Insieme a Capodanno (che si trova nella raccolta L’angelo nero) e Gli incanti (in Piccoli equivoci senza importanza), è considerato un testo riferibile a tre infanzie che si trovano in tre libri, tre bambini che hanno qualcosa di misterioso che non riusciamo bene a comprendere,
Anche T come Tabucchi. È, come sapete, il cognome di Antonino.
U come un pomeriggio sulla Topolino
Un pomeriggio del millenovecentoquarantanove Antonino crede di andare a mangiare un gelato in città sulla Topolino del babbo, ma lo avrà soltanto dopo una visita dal dentista. Così, a sei anni, va con suo padre a Pisa e, dopo quella distanza di circa otto chilometri, scopre, con timidezza, «l’inganno della città».
«In realtà mio padre mi convinse ad andare a Pisa per comprarmi un gelato sapendo benissimo di dovermi condurre dal dentista a togliermi un dente da latte che mi faceva male […] Mi accostavo a Pisa, su quella Topolino, con spavento e meraviglia nel contrasto che si presentava ai miei occhi: la bellezza dei monumenti rimasti intatti e la distruzione della guerra. […] Mio padre aveva un appuntamento fisso quando andava in centro. Si fermava ad un chiosco, in un vicolino che dà su Borgo Stretto, dove distribuivano le cozze crude. Il venditore apriva la cozza e ci spremeva sopra due gocce di limone. Mio padre ne assaggiava una e se la riteneva fresca ne faceva preparare un’altra per me. Poi, insieme, si andava al cine-teatro Rossi, in Piazza Carrara, dove c’era il varietà e un film di Chaplin. L’avanspettacolo non era certo osé, il pubblico non tirava gatti morti sul palcoscenico ma se i comici non facevano ridere allora succedeva un putiferio. Se la memoria non mi tradisce quel giorno della Topolino andammo a vedere Macario. […] Mi rendo conto che parlare di Piazza dei Miracoli è scontato ma vederla spuntare mi faceva una certa impressione. La Topolino scorreva lesta e si infilava in centro e io mi voltavo a vedere quei monumenti. In qualche maniera sentivo la piazza irraggiungibile.» (Thea Rimini, cit., pp. 124-125).
V come Vecchiano
Il paese aveva all’epoca circa ottomila abitanti, comprese le frazioni.
«Tutta questa zona aveva una forte tradizione anarco-socialista, per questo tutti hanno avuto dei problemi, sia con i fascisti che con i nazisti» (Tabucchi par lui même, p. 174).
In piena epoca fascista Vivarello, con i suoi amici, decisero di battezzare la zona vicino a via dei Magagna “Vecchianello all’estero” come se fosse un paese straniero.
«La storia è questa: il Podestà, cioè l’autorità fascista del paese […] aveva emanato non so quale decreto per il paese. Allora mio nonno e i suoi amici si sono riuniti e hanno deciso di non accettarlo. E hanno elaborato un documento ufficiale che hanno inviato al Comune […] decretando che questa casa e questa zona non apparteneva all’Italia, ma era una repubblica indipendente e si chiamava Vecchianello all’Estero, e hanno scritto questo nome sulla facciata della casa […] cosa che costò loro alcune bastonate sulla testa…» (Thea Rimini, cit., pp. 175-176).
Z come zia Anna
Anna Pardella, sorella minore di Tina, era ostetrica anche lei. «Persona indipendente, tenne una condotta a Lucca, non si sposò mai e viaggiò molto per tutta la vita» (A. Tabucchi, Opere, p. XXXIX). È stata la zia sempre più vicino ad Antonino. Fu lei ad accorgersi che Antonio era miope e aveva bisogno degli occhiali. Fu lei a insegnargli a nuotare.
Sempre a Forte dei Marmi, la zia ricorda di quando era piccolo: «eri seduto su una ciambella di caucciù bianca e nera che ti aveva costruito tuo padre con la camera d’aria di un motorino alla quale aveva attaccato un collo di papera di cartapesta impermeabile che aveva trovato nei magazzini dove costruivano i carri del carnevale, doveva essere uno dei primi carnevali di Viareggio dopo il disastro, tu ci stavi abbracciato tutta la mattina ma non avevi il coraggio di portarla in acqua […]» (A. Tabucchi, Clof, clop, cloffete, cit,, pp. 39-40). Grazie alla zia Anna imparò a nuotare e da ragazzo si tufferà nell’acqua limpida e ricca di pesci del Serchio.
Ovidio Della Croce
21 marzo 2026, sabato
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