Il mare

Il mare è una superficie fluida, volubile, imprevedibile, mai uguale a se stessa e contemporaneamente sempre identica. È anche una massa in continuo movimento, una massa che non si percepisce come tale perché non se ne veda la consistenza, l’estensione in profondità. Ciò che si vedo è solo la superficie e per me il mare è quella distesa che ho davanti agli occhi quando mi capita di incontrarla con il mio sguardo. L’elemento che più mi attira da un punto di vista fotografico è la linea di confine, la costa che, come ogni confine, separa e unisce, una linea divisoria e un punto di contatto. Confine tra il liquido e il solido, tra l’abitato e il deserto, è il luogo dove si possono cogliere le trasgressioni, gli sconfinamenti, il luogo dove vengono alla luce le relazioni e gli scambi. Scambi fisici, scambi eterei, scambi sognati, scambi reali. La fotografia è capace di esplorare questa sottile linea, di scoprire le relazioni, gli amori, le repulsioni che su di essa vengono alla luce. C’è un’altra linea che il mare traccia: l’orizzonte. Ma non è una linea di confine, è una porta aperta sull’infinito, sul non visibile, un segno dell’altra dimensione del mare, quella dell’apertura all’indefinito, all’ignoto, dell’infinito come lo vede il marinaio Melville. Mimmo Jodice, che al mare ha scattato una notevole quantità di fotografie, dice che il mare non lascia mai indifferente lo spettatore. Le fotografie di Jodice ritraggono l’apparenza piatta della superficie, il movimento circolare delle onde, l’orizzonte, tutti aspetti statici ma nello stesso tempo affascinanti, misteriosi. Ma il mare si può guardare in mille modi diversi.

Il mare può essere anche l’oggetto di un sogno, un sogno per la realizzazione del quale tramite la materializzazione dell’oggetto si possono intraprendere avventurosi viaggi. Oggi oramai è impossibile avere visivamente l’esperienza della scoperta del mare e il sogno del mare ha perso gran parte  del suo fascino. Le immagini del mare ci circondano ovunque ed è anche facile raggiungerlo. Eppure non è sempre stato così. Un mio amico in un suo libro (Gianni Repetto Careghé) ha descritto la scoperta visiva del mare dall’alto della montagna da parte di suo padre, un bambino portato al seguito del padre seggiolaio tra la cascine delle montagne tra Ovada e la Liguria, del mare visto dopo una nottata di febbre e una tempesta di neve. E un mare visto dall’alto, il mare visto anche come oggetto di una visione agognata, ma anche di un miraggio irraggiungibile che si allontana quanto più si pensa di avvicinarsi come accade in Feria d’agosto di Pavese “Che il mare fosse da quella parte, l’avevo detto io a Gosto. I giorni di temporale, era là che si apriva lo slargo e il sole tornava a battere come sopra un gran campo di fiori, mentre da noi sgocciolava ancora. … – E il mare, Pietro, non l’hai veduto? – gli disse Gosto. … Gli chiedemmo com’è fatta la riva del mare, ma non sapeva o non capì quello che volevamo. Disse che, sì, l’acqua è verde e sempre mossa e che fa continuamente le schiume, ma dentro non c’era mai stato e non sapeva come sia la terra veduta dal largo.” Domande che precedono una fuga per cercare di raggiungere il luogo da cui si può vedere il mare, un luogo che si allontana sempre più fino a costringere il protagonista a rinunciare di raggiungerlo.

C’è un altro libro di fotografie sul mare che mi ha incuriosito perché fornisce ancora un immagine diversa del mare, un libro di uno scrittore fotografo per passione, un libro di Maurizio Maggiani “Un contadino in mezzo al mare” in cui il rapporto con il mare è un rapporto ambiguo, pieno di contrasti, così come sono contrastanti le foto di Maggiani con quelle che circolano su depliant e manifesti pubblicitari del mare delle “Cinque Terre”, del mare come luogo dello sfrenato bisogno di fuga nell’esotico che si realizza nel banale, nel preconfezionato, nel pacchetto per le vacanze. Per Maggiani “il mare è una creatura che si dispiega al mio fianco, l’animale dal grande corpo polimorfo, bellissimo e tragico, che io non so domare, ma solo sfiorare. Innamorato invidioso che si avventura nelle sue propaggini, nelle pieghe delle sue sterminate vesti, …”. Il mare può essere anche un soggetto ambiguo, attraente ed insieme estraneo, o almeno un soggetto che viene percepito con qualche diffidenza o senso di lontananza, un misto di attrazione e inquietudine. Maggiani dialoga con il mare “Resterò ancora un poco. Me ne sto qui, con la mia faccia appoggiata al sole, gli occhi riversi in come Santa Lucia. Dalle palpebre chiuse trapela con il colore, lo conosco, del liquore di basilico. Bisogna – lo dico tra me ma non proprio, in modo che il mare mi senta – bisogna che prima o pio impari ad abituarmi a questa vastità, al fatto che sono piantato qui in mezzo come radice di vigna, come cavolo nero, come nido di quaglia. Il mare non mi prenderà.” “È che sono  dei Garibà, e non c’è niente da fare”, discendente da un nonno  che “al mare non ci ha mai messo piede. Mai in mia presenza, mai per conto suo, che io sappia. Tutta quell’acqua non gli serviva a niente, a lui, e gli doveva sembrare un torto di Dio alla sua gente e a lui specificatamente , che quella vera, quella buona, di acqua se la doveva pagare a secchiellate. Non vorrei sbagliare, ma non lo ha neppure mai nominato il nome del mare: no.” E viveva a Castelnuovo Magra, a pochi chilometri dal mare. E delle sue foto in bianco e nero che tendono ad escludere ogni aspetto spettacolare del mare Maggiani dice “”Amo le fotografie che vi faccio vedere, non avrei osato offrirle ai vostri più perspicui occhi. Mi interessa assai poco constatare se siano belle in assoluto: lo sono per me. Funzionano bene per quello che ho da dire su quello che ho visto. In questo caso ciò che ho visto è un paesaggio che potrei definire familiare, usando questa parola per tutto quello che di grande e struggente può significare. Di certo mi appartiene e io appartengo a lui…”. Le foto testimoniano una sorta di viaggio nel rapporto di Maggiani con il mare “Dunque nel corso degli ultimi trent’anni mi sono cimentato ad esser uno spezzino, e un rivierasco. Le fotografie che vi mostro in realtà sintetizzano un viaggio durato epoche, e non ancora terminato” E in questo viaggio il mare ha un suo ruolo fondamentale, ma non è il mare delle scenografie pittoresche, è il mare dell’autunno e della primavera, il mare delle luci smorzate, delle temperature tiepide perché “l’estate bisogna lasciarla ai turisti” e l’inverno alla riflessione.

Una particolare relazione infatti si instaura con il mare d’estate nelle ore calde della giornata, quando il sole si abbatte con violenza sulle acque e sulla costa e, per molti ma non per tutti, inizia un piacevole rapporto con il calore e la luce, un momento in cui per molte persone diventa possibile vivere nel soporifero abbandono nella calura della luce. Mi viene in mente la bella fotografia di Mulas per “Ossi di seppia” scattata a Monterosso nel 1962, dove un bagnante è disteso sulla spiaggia a braccia e gambe aperte a prendere il sole, immerso nella luce e nel calore. Un abbandono che rende il bagnante un oggetto immerso nel mondo che lo circonda, una sorta di sasso a forma di stella arroventato dal sole. Il bagnante, la spiaggia, il mare sono ripresi dall’alto. Il mare occupa quasi tutta la foto e il bagnante sparisce quasi sul breve tratto di spiaggia, trasfigurato, in balia delle onde e del sole, perso nella luce. È un’immagine che mi ricorda quella scattata da un mio amico alla sua compagna che sola, seduta su una piccola sedia in riva al mare, sembra persa, abbandonata nella contemplazione senza pensieri della superficie azzurra appena increspata, catturata dal mare che la trascina a sé, la sommerge senza resistenze. La prospettiva della foto del mio amico è più distesa, la donna è più presente del bagnante di Mulas, più riflessiva, ma c’è lo stesso abbandono al mare e alla luce, sotto la spinta della calura, lo stesso perdersi nella sua superficie per rallentamento volontario dei propri sensi.

Queste sensazioni non mi appartengono, preferisco le ore estreme della giornata, la mattina e la sera, la luce smorzata, il clima di riflessione e di solitudine che le accompagna. Preferisco il mare di notte che ispira il musicista,  che confonde il cielo e l’acqua rendendo opaco l’orizzonte. Preferisco la luce cuneiforme della luna che crea proiezioni come sul palcoscenico. Preferisco fotografare il mare d’inverno quando viene spinto a cambiare pelle, a proteggersi, a mimetizzarsi con il cielo e la spiaggia e il fotografo può congelare queste trasfigurazioni.

Il mare come luogo di “benessere” è una scoperta piuttosto recente nella storia dell’uomo. Per secoli il mare è stato il luogo della separazione, del confine, della lontananza, del viaggio. Oggi è il luogo del sole, della possibilità di spogliarsi senza dover cedere al pudore. Il mare è diventato il luogo dei vacanzieri e dei turisti che cancellano la possibilità di guardarlo, che lo trasformano in un non luogo dove conta solo il consumo, il rumore, il chiacchiericcio. Per questo il mare d’estate non mi appartiene.

Foto di Susanna Vierucci 2012

massimocec marzo 2012