Fotografie di Susanna Vierucci e Ovidio Della Croce
A Istanbul mi è sempre piaciuto più l’inverno che l’estate.
Orhan Pamuk, Istanbul, 2003
Agli inizi di gennaio duemilaventisei sono stato a Istanbul con Susanna. Abbiamo partecipato a un viaggio organizzato dal Centro linguistico interculturale Alif, il “pacchetto” prevedeva sette giorni e sei notti. Detto così sembrerebbe un viaggio preconfezionato per turisti pensionati. Obbligatorio visitare la Istanbul monumentale e del turismo senza pensare minimamente all’attentato suicida di dieci anni fa a Sultanahmet, nel cuore della Istanbul turistica: Moschea Blu, Aya Sofya, Cisterna Romana, Palazzo Topkapi con la sua area più bella, l’harem, e tutto lo splendore della capitale imperiale. Abbiamo traversato il ponte di Galata animato dai pescatori e dal traffico di battelli, barchette e pescherecci, un incessante flusso di attività sotto le nuvole di Istanbul. Abbiamo preso Istiklal Gaddesi e, tra grandi negozi e canti atonali dei muezzin, abbiamo tirato dritto per il viale della rivoluzione fino a raggiungere Piazza Taksim e il parco di Gezi. Qui la nostra guida turca ha riposto nello zaino il suo quaderno con gli appunti preparati per la visita alla città e ci ha raccontato le proteste del duemilatredici a cui aveva partecipato. Poi una crociera sul Bosforo, cena con spettacolo e danze culturali, a fine serata l’immancabile danza del ventre, con tanto di banconote da infilare nel reggiseno, nell’insieme un’attrattiva turistica segnalata in tutte le guide, ma una serata inautentica e deludente. Non racconterò l’esperienza all’hammam, consiglio di provarla direttamente.
A fare la differenza rispetto a un viaggio superficiale non è stato soltanto il programma che prevedeva diversi momenti liberi e dei tempi ben calibrati, ma dei compagni di viaggio interessati e curiosi e soprattutto le nostre guide, una italiana e l’altra turca, Serena Orselli e Sevgi Dogan, con le quali è stato bello percorrere gli itinerari ai quali non ci si può sottrarre e, quando i lampioni si accendono, passeggiare per luoghi meno conosciuti, fermarsi in una casa del tè o in un narghilè cafè. D’inverno Istanbul è “più bella”, non solo per il minore numero dei turisti, ma perché il panorama mi è sembrato “bello” più di quanto immaginavo, essendo la mia prima volta in questa città dove certi nomi mi erano da tempo familiari, la realtà che ho visto è stata al di sopra di quello che mi aspettavo di vedere e tutto mi è sembrato molto “più bello”.
In questa settimana ho scattato un centinaio di foto, forse meno, sicuramente tante, troppe. Se ne salvano poche, ma ne pubblico lo stesso poco più di una ventina in galleria, comprese quelle di Susanna. Fotografavo dall’età di dieci o undici anni, quando mio cugino Mauro mi regalò una Ferrania. Ho avuto altre due macchine fotografiche nella mia vita, l’ultima una buona Canon EOS 60D acquistata molti anni fa, che avevo lasciato a casa, un po’ per la pesantezza, un po’ perché ero in gita con un gruppo di ventitre persone e sicuramente non avrei avuto il tempo che richiede la scelta di attivare le funzioni necessarie per uno scatto. Così ho scattato fotografie con il cellulare, come quasi tutti i miei compagni di viaggio, da dilettante e per puro piacere. Susanna con il cellulare ha catturato alcuni gatti, a Istanbul se ne vedono molti nei posti più diversi: uno sul corrimano di una moschea, un altro sopra le bottiglie dell’acqua davanti alla vetrina di una pasticceria, il più dormiente era acciambellato dentro a un vaso di foglie secche, il più comodo dormiva su un cuscino riparato da un tappeto del Sultan Cafè, il più buffo quello sopra un tornello della metropolitana. Non le è sfuggito l’incredibile distributore di croccantini per gatti.
All’inizio pensavo di privilegiare le foto dei panorami, le nuvole in movimento e i raggi di luce che vi filtravano per un momento, convinto che potessero rappresentare il mio stato d’animo. Ho scattato la mia prima foto sulla terrazza dell’hotel Seven Hills, dove si gode di un’ampia e strepitosa vista sul Bosforo, e una delle ultime l’ho scattata di corsa sul molo di Kadjkoi, poco prima di prendere il traghetto per tornare nella parte occidentale della città. Non si tratta di scatti premeditati, ma solo la voglia di immortalare al volo quell’attimo prima che si disperdesse.
Poi ha prevalso un altro impulso che mi spingeva a scattare foto con l’entusiasmo di trovarmi in un luogo che, con Susanna, avevamo tanto sognato di raggiungere e di cui volevo restasse un ricordo. Sul traghetto, in partenza verso sud-est per attraversare il Mar di Marmara e andare alle isole Principi, ho premuto il pulsante di scatto per immortalare Susanna con un’inquadratura a mezzo busto quando, tra le cupole e i minareti, quella mattina era arrivata una luce che sullo sfondo dava anche un’idea di una parte della città. Altra foto ricordo è quella scattata al Gran Bazaar da un anonimo a cui avevo affidato il mio cellulare per certificare la reciproca soddisfazione, alla fine di una lunga trattativa, tra un simpatico venditore di tappeti e noi.
Un’ulteriore motivazione veniva dalla lettura dell’indice del libro La bastarda di Istanbul di Elif Shafak, strutturato in diciotto capitoli intitolati con i nomi di spezie come Cannella, Ceci, Zucchero… e, trasportato dalle pagine del libro, volevo farmi trasportare anche dai colori delle spezie fotografandole una a una; mi sono trovato in una zona dove ci sono negozi che vendono solo spezie, ho scattato alcune foto fino a quando ho incontrato una curcuma che ride grazie a un decoro fatto con altre spezie, allora ho pensato che l’indice del libro fosse lì sintetizzato, ho inquadrato e fatto clic, nel frattempo un signore accanto a me, visto il soggetto del mio interesse fotografico, ha indicato il decoratore dietro il banco, che ha sorriso e mi ha inviato gesti amichevoli e benedizioni.
Una foto mancata è quella dell’incontro casuale con un ragazzo che poco dopo mi ha fermato quasi fisicamente per sottopormi a un test etnico. Parlava bene inglese e mi ha domandato secondo me chi era, da dove veniva, a quale etnia apparteneva nella Istanbul storicamente cosmopolita e indicava il suo volto come per guidarmi nella risposta che per lui era evidente. Sono rimasto un po’ stupito, allora lui ha detto pieno d’orgoglio: “Curdo”. Poi è venuta fuori la parola Tarlabaşi e ho scoperto che è un quartiere a maggioranza curda, una popolazione originaria del sud est della Turchia, da tempo in conflitto con la comunità turca. Non ricordo il nome del giovane turco e non ho nemmeno una sua fotografia, neanche un selfie, però mi è rimasta l’immagine del suo volto impressa nella mente che sorride ancora, anche più di come si fa quando si è di fronte a un obiettivo prima dello scatto, e non ho bisogno di andare nella galleria delle foto del cellulare per ricordarmi la sua faccia.
Nella fretta della visita al Palazzo del Sultano sono rimasto colpito dalla sala che si chiama dîvân, in italiano divano, dove si riunivano i responsabili delle amministrazioni del vasto impero, i vizir. Ho cercato di fotografarla come meglio potevo, ma non ci sono riuscito bene, però alla fine sono contento di aver scattato quella foto, perché è minuscola e rende bene come l’immenso impero ottomano avesse il suo centro di comando in una piccola stanza, con una grata dorata dietro la quale si narrava che il sultano assistesse alle sedute del Consiglio senza essere visto, oggi potremmo dire: i vizir “in presenza” e il Gran vizir “da remoto”.
Una considerazione finale sulle foto fatte di nuvole, moschee, spezie, tè, caffè turco, narghilè, barche, pescatori, gatti, compagni e compagne di viaggio, le nostre guide, qui raccolte in una piccola galleria di fotografie non ben riuscite, e qualsiasi altra persona e cosa vedessi profilarsi di fronte a me senza che riuscissi a fotografarla, restano per me il ricordo di un viaggio breve ma molto bello tra le mille facce di Istanbul.
odellac marzo 2026