L’avevo sentito per telefono appena due giorni prima. Era al pronto soccorso perché dopo l’operazione un batterio si era insediato nel suo corpo e gli aveva procurato un’infezione che non voleva andarsene. Stava aspettando di essere visitato ma era abbastanza tranquillo, perlomeno così io avevo percepito il suo stato d’animo dalle sue parole.
Due giorni dopo nostra cugina Marisa mi chiama da Ivrea. “È morto Roberto. Aveva il covid”. Poche stringate parole alle quali è impossibile rispondere se non con il silenzio perché non ci sono parole per rispondere a una notizia simile. Roberto. Mio cugino è morto così, all’improvviso. Impossibile, l’avevo appena sentito. In un attimo ripercorro una parte della mia vita, quella dell’infanzia, quando nella casa di Tolone, una frazione di San Giuliano, dove lui abitava, insieme giravamo tra le sedie delle feste in casa organizzate da mia zia, madre di Marisa, nostra cugina allora adolescente, e ne combinavamo di tutti colori; oppure quando con le nostre famiglie attraversavamo a guado l’Arno e andavamo a cena sulla riva opposta portandoci dietro panieri di cibo. O ancora le vacanze trascorse a Marina di Pisa nella casa che nostra nonna prendeva in affitto. O quando, un po’ più grandicelli e noi abitavamo a Pisa, lui veniva a trovarci con la sua bicicletta verde pisello e si fermava a pranzo. Era una festa.
Conservo ancora due foto con lui scattate in una di quelle domeniche, una scattata da Roberto a noi, io, mio fratello, mio padre e mia madre, e l’altra scattata a lui da mia madre mentre si diverte con la batteria e mio fratello usa la racchetta da tennis come se fosse una chitarra. Non ricordo perché scattammo quelle foto ma le conservo perché esprimono bene il clima che si creava quando lui veniva a casa nostra, un clima di euforia.
Dopo quegli anni i nostri incontri si sono diradati ma ogni tanto andavo a trovarlo e a parlare con lui per scambiare qualche idea di politica e su quello che volevo fare nella vita. Mi ricordo che quando mi trovai di fronte alla scelta nella facoltà cui scrivermi gli dissi che pensavo di fare giurisprudenza perché volevo fare il poliziotto o il magistrato. Quella del poliziotto era un’idea che proveniva da lontano. Ero rimasto affascinato da una foto di mio zio carabiniere a cavallo, una carriera interrotta dalla campagna di Russia dalla quale mio zio ritornò dopo molto tempo con il rifiuto della carriera militare. Conservava però sulla parete del suo salotto una fotografia mentre con il suo cavallo stava saltando un ostacolo. Quella foto mi attraeva. Inoltre, non perdevo un episodio della serie televisiva di Maigret con il grande Gino Cervi né dei casi del tenente Sheridan. Mio cugino mi scoraggiò perché, da comunista convinto, non aveva una grande simpatia per le forze dell’ordine in quei primi anni Settanta. “Lascia perdere la polizia, se proprio sei interessato a quel mondo, magari pensa ad entrare in magistratura, ma te lo sconsiglio”. Seguii il suo consiglio e mi iscrissi a filosofia.
Ad un certo punto nella nostra vita ci siamo persi di vista perché lui si è sposato, ha avuto un figlio e ha cominciato a lavorare in quello che allora era l’Ufficio di igiene. Qui a Massa ho conosciuto un amico, Franco, che era suo collega. Con sorpresa ho scoperto che Roberto era noto con il soprannome di “Picchio”, anche se il mio amico massese non ha saputo dirmi come fosse nato quello strano epiteto. Ci siamo ravvicinati quando sono morti i miei genitori e suo padre. Ho riscoperto mio cugino e l’affetto che avevo e ho per lui, la sua passione politica, la sua sensibilità, il suo attaccamento alla famiglia, il suo umorismo. Ho con pacere scoperto che anche per lui i ricordi della nostra infanzia e dell’adolescenza erano ancora vivi e in grado di suscitare una qualche forma di allegra condivisione.
Era un comunista convinto e un cattolico sincero. Ha trascorso gran parte della sua vita a fare politica prima nel PCI e poi, scomparso quel partito, che era un punto di riferimento per tutte le nostre famiglie, nella sinistra. Era la sua un’attività politica intesa soprattutto come strumento per fare qualcosa per gli altri, come conferma anche la sua partecipazione alle associazioni di volontariato, al sindacato, alla gestione della polisportiva e a quello che una volta era la casa del popolo e come lo ricordano tutti quelli che l’hanno conosciuto e che hanno lavorato con lui. Era anche un convinto sostenitore delle tematiche dell’ambiente, del territorio, della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro. Era stato in fondo quello il suo lavoro, nell’Arpat, l’ente che aveva preso il posto dell’Ufficio di igiene. Tutte cose che non fatico a riconoscere in mio cugino, nella sua generosità spontanea, nella sua semplicità istintiva ma non priva di spessore culturale e di passione.
Improvvisamente mi sono reso conto che, nonostante il nostro rapporto fosse molto esile dal punto di vista dei contatti materiali, la sua scomparsa aveva creato in me un altro vuoto, oltre a tutti quelli che in questi anni si sono prodotti tra familiari e amici. Condivido quanto dice Julian Barnes, uno scrittore britannico che ama celarsi dietro pseudonimi, autore anche di romanzi polizieschi: “Il lutto è per sempre, dobbiamo accettarlo… Dopo la morte, ci restano solo i ricordi, per questo ci sforziamo di richiamarli indietro più esattamente possibile. Ci aggrappiamo a una serie di storie su quella persona, alle memorie che ci legano a lei, ma alla fine dobbiamo prendere atto che nessuna nuova storia si aggiungerà. Questo è doloroso”. E questo è quello che provo. In questi ultimi anni sono molte le persone che se ne sono andate e i ricordi si stanno accumulando, mentre cresce la sensazione di essere sempre più solo a dover affrontare la quotidianità della la vecchiaia, soprattutto per chi, come me, non ha una fede religiosa cui aggrapparsi.
Sempre Julian Barnes dice: “Veniamo dal nulla e torniamo nel nulla. E all’universo non importa niente di noi. Certo, affrontare la vecchiaia e la malattia senza credere in Dio rende tutto più difficile perché non puoi appoggiarti all’idea che dopo la vita ci sia qualcosa che ti aspetta”. Forse Roberto, con la sua fede, non sarebbe stato d’accordo. Non ne abbiamo mai parlato. Lui fra l’altro aveva affrontato una prova non facile. Quando eravamo giovani aveva perso una sorella piccola, Stefania, vittima di un incidente stradale, dopo che per molti anni era vissuta in coma a casa, in quella casa in cui lui, suo padre e sua madre passavano i giorni in attesa che accadesse qualcosa, in quella casa in cui io non riuscivo ad entrare perché mi terrorizzava la vista di mia cugina distesa su quel letto. Dopo la morte di mia cugina non abbiamo mai parlato di quegli anni, di quell’esperienza. Chissà perché raramente affrontiamo discussioni su argomenti del genere. Parliamo quasi sempre di cose banali, ma poco di ciò che ci coinvolge nel profondo. Abbiamo domande che rivolgiamo spesso a noi stessi e non condividiamo con chi ci sta vicino. Come quelle legate alla morte, alla malattia, al senso di tutto ciò “La malattia è semplicemente l’universo che fa il suo lavoro. Quando ci ammaliamo, ci piace pensare che ci sia un senso, una ragione. A volte c’è, è vero. Se fumi cento sigarette al giorno e hai un tumore alla gola, ammalarsi può essere una conseguenza logica. Ma spesso non c’è nessuna ragione.”. Ancora Julian Barnes e il suo atteggiamento disincantato verso il mondo che mi sento di condividere. Ci rimangono solo ricordi che però si esauriranno con noi. Ma finché viviamo i ricordi servono a tenere in vita anche chi non c’è più. In un ricordo che qualcuno ha scritto per Roberto si legge “Ora il destino per qualche ragione misteriosa che solo lui conosce, ha deciso di privare la sua famiglia, ha deciso di privare tutti noi della sua bella presenza della sua grande umanità”. Non c’è un destino, c’è un “universo che fa il suo lavoro” e di fronte a questo universo non ci rimane che il ricordo aiutato da qualche immagine, come quelle foto scattate una domenica di molti anni fa, come qualche parola sincera e non di rito che ritrae chi non c’è più nella sua natura autentica come credo siano le parole scritte mio cugino Roberto “Era serio e rigoroso nelle questioni politiche, ma era anche di una simpatia unica, quando sorrideva con quel suo baffo sbarazzino che non stava mai fermo. Non ha mai cercato un posto di comodo, ed avrebbe avuto tutte le carte in regola per coprire ruoli di rilievo, ma non solo non li ha mai voluti, ma spesso li ha rifiutati, perché il compito nostro diceva, non è quello di andare ad occupare posti ma è quello di crescere tutti insieme per la emancipazione degli ultimi, per combattere la protervia dei potenti.”. È in queste parole riconosco pienamente mio cugino Roberto.
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