Il presepe o presepio, pur non essendo un credente come non lo erano i miei genitori, è stata una presenza intermittente ma non secondaria nella mia vita. Da piccolo mi ricordo che la costruzione del presepe, accanto a quella dell’albero di Natale, era una procedura immancabile e attesa nei giorni che precedevano l’inizio delle vacanze natalizie ed era un atto cui io, mio fratello e i miei genitori dedicavamo tempo e attenzione. Mio padre e mia madre, qualche settimana prima del Natale, mi portavano in giro per la città dove iniziavano a venir fuori, modificando sia lo spazio visivo, sia quello mentale, i banchi degli addobbi, per scegliere qualche palla per l’albero e qualche personaggio o qualche casupola per il presepe.
Il nostro era un presepe fatto di piccole statuine di plastica, montato su tavolato dedicato a tale scopo, che mio padre costruiva con assi e tavole. Addirittura, ricordo che, su mia richiesta, un anno costruì un’imponente impalcatura per far in modo che il cielo non fosse solo lo sfondo ma anche la copertura a mo’ di volta celeste. Mia madre e mio padre ideavano ogni anno paesaggi diversi utilizzando tronchi di legno da bruciare coperti da carta dipinta in modo da riprodurre una sorta di terreno roccioso e le montagne. I prati poi erano realizzati con la borraccina comprata ogni anno sulle bancarelle. Non mancavano mai, oltre al cielo stellato come sfondo, le lucine a intermittenza dislocate in tutto lo spazio occupato dal presepe. C’erano inoltre improbabili rigagnoli realizzati con carta stagnola che ogni anno cambiavano percorso, piccole casupole grandi talvolta quanto le statuine con le finestre illuminate, qualche altro elemento paesaggistico come il forno per cuocere il pane o il mulino, anch’essi non sempre coerenti per dimensioni con i personaggi.
Una capanna già predisposta, acquistata sempre su quelle bancarelle che durante il Natale comparivano in alcuni punti nevralgici di Pisa, ospitava i personaggi principali: il Bambinello, Maria, Giuseppe, il bue, l’asino e l’immancabile angelo che annunciava la nascita di Gesù. Intorno pastori con le loro greggi disperse per tutta la campagna e altri personaggi intenti alle loro occupazioni, come se l’evento straordinario che stava accadendo nella capanna non li riguardasse. Infine, in vicinanza dell’Epifania, facevano la loro comparsa i magi con il loro seguito di cammelli che, piano piano, si avvicinavano alla capanna per giungervi puntali il 6 gennaio.
L’allestimento del presepe, molto più di quello dell’albero, era il rito che dava inizio ad un periodo atteso, che allontanava la scuola con il suo carico di impegni e compiti, vissuto in famiglia, reso più attraente anche dall’arrivo di qualche regalo, non troppi e non costosi: spesso libri che amavo leggere come quelli di Salgari o di Verne e qualche giocattolo. Per l’Epifania arrivava una calza portata da mia zia mascherata da Befana. Le feste natalizie erano anche il momento in cui si riallacciavano i rapporti con i miei cugini che, durante l’anno, erano radi, rapporti che spesso prevedevano un pranzo a base di lasagne, carni varie e soprattutto dolci. In casa mia non potevano mancare il panettone, il panforte, i ricciarelli e un dolce che non riesco più a trovare, la torta di Cecco, una torta che sembra avere origine medievali ed è costituita da un impasto che contiene mandorle e nocciole unite ad arance ed albicocche candite, resa più attraente, almeno per me goloso di cioccolato, da uno strato sottile e croccante di cioccolato fondente, senza dubbio aggiunto in tempi più recenti rispetto a quello delle supposte origini, visto che il cacao era fino al ‘500 sconosciuto in Europa. La distribuzione dei dolci era un rito officiato da mio padre che li suddivideva in parti uguali e li distribuiva a tutti noi alla fine del pranzo nei rispettivi piattini.
Poi, nel tempo questa sorta di incantesimo del Natale si è interrotto. Il presepe non è stato più fatto, L’albero di Natale si è ridotto ad un esile presenza di un albero artificiale in un angolo del salotto, per diventare poi una sorta di soprammobile, e il periodo natalizio è diventato un periodo non contrassegnato né dal sottile e impercettibile piacere dall’attesa né da quello più materiale di una festa vissuta in famiglia. Anzi, a mano a mano che passavano gli anni, il periodo natalizio è diventato un periodo da cercare di superare in fretta, contraddistinto da sentimenti contraddittori e percorso anche da un sottofondo di malinconia accompagnata da un sottile strato di noia e di sensazione di solitudine, legata a passeggiate solitarie sul viale delle Piagge o per le strade della città in attesa che gli amici uscissero dai loro pranzi per poter concludere insieme a loro una giornata che non aveva più i colori di un tempo. Erano gli anni Settanta, anni in cui tutto ciò che odorava di tradizione e di famiglia destava sospetto e doveva essere tenuto a distanza. Tutto fino a quando non è arrivato mio nipote e fino a quando non ho conosciuto quella che sarebbe diventata mia moglie. In entrambi i casi il presepe è ritornato ad essere una presenza autorevole e la sua preparazione un rito che richiede inventiva, creatività, applicazione. Il Natale ha ripreso, almeno in parte, ad avere i colori dell’attesa e della festa in famiglia.
Con mio nipote il presepe in casa dei miei genitori, diventati nonni, ha riacquistato un senso, quello di sperare, attraverso questo manufatto, di riuscire a ricreare per lui un’atmosfera simile a quella della mia infanzia. Il presepe di mio nipote era collocato nella casa dei miei genitori, dove passava molte delle sue giornate, e ricalcava un po’ i presepi che costruivamo quando io e mio fratello eravamo piccoli. Personaggi in miniatura, simili a soldatini, in plastica, disposti in uno scenario che ogni anno si trasformava sulla base delle preferenze di quel momento, dalle montagne innevate al deserto realizzato con la segatura. Ciò che rendeva diverso il presepe di mio nipote da quelli della mia infanzia era proprio la cura del paesaggio, della disposizione dei vari personaggi in contesti, per così dire, più narrativi, elementi che da bambino fantasticavo e avrei voluto concretizzare senza averne la possibilità, e che ora, da grande, con una mia autonomia economica, potevo realizzare forse anche nell’indifferenza di mio nipote per tali aspetti, ma con mia profonda soddisfazione.
Parallelamente al recupero familiare del rito del presepe legato alla presenza in casa mia di mio nipote, mi sono trovato proiettato anche nella famiglia di mia moglie, dove il presepe costituiva invece una tradizione mai interrotta. Il presepe, un presepe molto più imponente del mio, era in quella famiglia una presenza fisicamente rilevante. Statuine di una trentina di centimetri, in gesso o, quelle più recenti, in resina, che occupavano uno spazio notevole della sala della casa dei genitori di mia moglie, una tradizione familiare significativa in una famiglia molto religiosa e numerosa, con un residuo di carattere patriarcale che si manifestava nei pranzi domenicali in cui quasi tutti i familiari, figli e nipoti, si riunivano nella casa dei genitori – nonni. Con il tempo mi sono trovato ad essere, insieme a mia moglie e alle sue critiche, il regista del presepe ed ho iniziato a pensarlo come potrebbe fare uno scenografo o un architetto, a pensare, avendo a disposizione un materiale e uno spazio che mai avrei immaginato di avere, a come creare angoli caratteristici, a cercare il posto giusto per ciascun personaggio e a come cercare di gestire il sovraffollamento, vista la grande quantità di statuette e il progressivo accumularsi di esse, dato che ogni anno ne compravamo una nuova.
La prima operazione era quella di decidere dove collocare il presepe, in quale angolo della stanza, poi quella di progettare il luogo della nascita, qualche volta una capanna o una stalla, un’altra volta una tenda o anche una grotta, replicando così quell’incertezza che scaturisce anche dalla lettura dei vangeli in cui Luca non si pronuncia sul luogo ma ci dice soltanto che Gesù viene deposto in una mangiatoia, suggerendo quindi l’idea della stalla, Matteo parla di una casa e solo nel protovangelo di Giacomo si parla di una grotta. In ogni caso, dentro quel luogo, sia una stalla o una grotta, la posizione dei personaggi era pressoché scontata, il bue e l’asinello, pur non nominati nei vangeli, dietro la mangiatoia con il muso proteso sul Bambinello, Maria da un lato della mangiatoia, Giuseppe dall’altro. La mangiatoia rimaneva vuota fino alla notte di Natale oppure con il bambino coperto da un piccolo telo. Sopra la capanna o la grotta che sia, l’angelo che annuncia la nascita di Gesù ai pastori con un accenno al messaggio riferito da Luca “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà (oggi convertito in “che egli ama”)” e intorno alla capanna qualche pastore in ginocchio, mentre offre il suo agnello al bambino appena nato in segno di adorazione, qualche altro intento a riempire virtualmente lo spazio sonoro con il suono della sua zampogna, e qualche animale, pecore per lo più, ma anche capre, cani o gatti.
Da un certo momento in poi un nipote ancora bambino, chissà perché, decise che una piccola pecora, identificabile per le sue dimensioni con un agnellino, dovesse condividere la mangiatoia con il Bambinello, e da quell’anno la pecorina ha sempre trovato un posto nella mangiatoia. È come se inconsapevolmente quel nipote avesse individuato un legame teologico ribadito anche in ambito francescano tra Gesù e l’agnello. Tommaso da Celano, primo importante biografo di Francesco, infatti, ricorda che il santo di Assisi aveva una tenerezza particolare per gli agnellini, perché per la sua umiltà, nelle Sacre Scritture, Gesù, talvolta, è paragonato all’agnello, anzi, per i credenti, Cristo è l’agnello immacolato votato al sacrificio per salvare tutti dal peccato, che rivive nell’ostia durante l’eucarestia. Potremmo pensare, tenendo conto di quanto detto in relazione al rapporto tra agnello e Gesù, che l’atto inconsapevole di quel piccolo nipote fosse così diventato un atto che ha instaurato non solo un elemento scenografico ricorrente, anche se inconsueto, nel presepe familiare, ma in qualche modo, se dovessimo tener conto del valore simbolico della scena, visto che in una scena sacra ogni elemento dovrebbe essere portatore di un suo significato, forse, instauratore anche di un elemento rituale di significato teologico, se pur interno ad una religiosità privata di dimensione strettamente familiare. Ma veramente il presepe è comparabile ad una scena sacra in cui ciascun elemento è caricato di un valore simbolico? Una domanda del genere rimanda ad un’altra altrettanto importante: che cosa è il presepe e perché ogni anno lo facciamo? Mettiamo però per il momento tra parentesi queste domande e ritorniamo al presepe della famiglia di mia moglie.
Una volta messa in piedi la scena principale, il passaggio successivo era la stesura del fondo erboso costituito da muschio, per molto tempo raccolto ogni anno da un vecchio amico di mia moglie, ex cavatore del marmo delle Apuane e in debito di una mano con questo mestiere, amante della montagna e per questo sempre in giro nei boschi delle Apuane. Più recentemente, dopo che questo amico, per ragioni di età, ha cessato di aggirarsi nei boschi in cerca del muschio, il manto erboso del presepe è stato realizzato grazie al riutilizzo del muschio rimasto dagli anni precedenti e, quindi, ogni anno, sempre più tendente al marrone che al verde. A completamento della scena, poi venivano tracciate strade lastricate fatte di piccole pietre, venivano poi sparsi sullo spazio erboso pezzi di sughero, simulazione di rocce sparse qua e là, talvolta qualche ramoscello secco in funzione di albero in veste invernale, senza foglie, e, infine, l’ardua operazione della distribuzione delle lucine intermittenti, un decoro che non mi ha mai convinto, una sorta di contaminazione kitsch di un paesaggio pittoresco creato da un lavoro artigianale. Nel presepe di mia moglie non c’è mai stato il cielo stellato e la cometa. Non le ho mai chiesto perché, ma penso sia una questione estetica.
Intorno alla scena principale poi una grande quantità di personaggi intenti alle più diverse attività e comunque, come in tutti i presepi, indifferenti o inconsapevoli di ciò che stava accadendo nella stalla o nella grotta, dove invece erano confluiti i pastori richiamati dagli angeli evocati da Luca che recavano il messaggio sopra enunciato. C’erano scene che si ripetevano ogni anno come quella dei due vecchietti intorno al fuoco con vicino, magari su una sedia impagliata, un gatto. Oppure il pescatore con il suo laghetto realizzato, prima, per mezzo di uno specchio e poi, grazie ad una vera e propria cascata con tanto di rumore dell’acqua che scorre. C’era anche il crocchio delle donne impegnate in un chiacchiericcio mentre sono intente a occuparsi di cose diverse, chi a distribuire il mangime ai polli, chi con il bambino in braccio, chi a portare a casa o al mercato della frutta o delle uova, chi a lavare i panni in una tinozza. Presenze femminili, comunque, numerose a sostegno della parità tra i generi, quando, invece, in molti presepi prevalgono i soggetti e le attività prettamente maschili. Spesso tra le donne compariva un intrigante venditore di acqua potabile o di chissà quale altro liquido, capace di inserirsi nel capannello con un atteggiamento interlocutorio per vendere la sua merce. Nel tempo poi, a dar man forte alla scena, è arrivata una gigantesca fontana in terracotta con tanto di acqua che sgorga dal rubinetto, un oggetto molto ingombrante ma scenograficamente appropriato al contesto, in grado di dare più vivacità all’ambiente immobilizzato nell’istante come in una fotografia. In ogni caso ho sempre considerato tutti quei personaggi fuori dal tempo per il loro abbigliamento, i loro atteggiamenti. Tranne pochi, la maggior parte non poteva essere un personaggio della Palestina di duemila anni fa.
Dopo qualche anno, diventato ingestibile il sovraffollamento a causa del continuo aumento dei personaggi a disposizione, abbiamo dovuto iniziare la selezione per individuare quelli che in quell’anno dovevano rimanere nelle scatole in cantina. Il primo ad essere escluso dalla scena è stato forse uno dei personaggi meno anacronistici, un soldato romano con la sua armatura di cuoio, il suo elmo sormontato da un cimiero e da una cresta colorata e la sua spada. Ma lo spirito pacifista nell’ottica francescana ha avuto la meglio sulla fedeltà storica della scena. Del resto, il presepe non è una ricostruzione storica e non rispetta i tempi della cronaca o della storia. Somiglia più alla fotografia di una rappresentazione teatrale per cogliere un singolo istante di quanto è rappresentato sulla scena.
Infine, iniziata per ragioni anagrafiche a ridursi la famiglia di mia moglie, il presepe si è andato sempre più restringendo ed è passato dall’occupare buona parte della stanza, prima a disporsi sul camino con un’estensione verticale della scena, e oggi è relegato entro un mobile circondato da piani disposti su più livelli, comunicanti tra loro per mezzo di gradoni e di scale a pioli. A tenerlo in vita è la presenza di pronipoti e una sorta di spirito di conservazione di una tradizione basata sul senso di appartenenza familiare che si associa forse all’idea di far rivivere in loro quel fascino che aveva il presepe nell’infanzia dei loro genitori, quando la famiglia era una sorta di grande tribù che traeva linfa vitale dai propri riti familiari.
Per tornare alle domande sopra enunciate, senza dubbio il significato religioso del presepe è il primo ad essersi presentato. Ed è Francesco a compiere questa operazione di creazione di una scena sacra portatrice di significati religiosi e quindi di un valore simbolico. Il presepe messo in piedi da Francesco prende vita in una data e in un luogo precisi, la notte del 24 dicembre 1223 a Greccio. A parlarne è un bel libro, Il presepe di San Francesco. Storia del Natale di Greccio, di Chiara Frugoni (Chiara Frugoni, Il presepe di San Francesco. Storia del Natale di Greccio, Bologna, Il Mulino, 2023) che riprende come testimonianza fondamentale la Vita del beato Francesco di Tommaso da Celano ma che fa ampio uso, come è costume di Chiara Frugoni, di immagini. Tommaso descrive il presepe ideato da Francesco: è un presepe all’aperto, ci sono soltanto il bue, l’asino e una greppia ricolma di fieno. Nel presepe di Greccio non ci sono personaggi umani né immagini o statuine. È quindi un presepe ridotto all’essenziale. Tomaso Montanari in una conferenza tenuta nell’aula magna dell’Università di Pisa il 19 febbraio 2026 sottolinea che centrale nel presepe di Greccio è la mancanza, non c’è neppure il bambino. Francesco però vi aggiunge un altro elemento essenziale, la parola che è contenuta nella sua predica, una parola talmente energica da dare vita alla scena, tanto che uno dei presenti vede nella mangiatoia un bambino esanime che riprende vita. La fede rende presente ciò che manca, il simbolo del messaggio divino dimenticato che ritorna a essere vivo in tutti coloro che sono stati richiamati intorno al presepe proprio grazie a quella scarna scena vivificata dalla predica di Francesco. Chiara Frugoni va oltre il significato strettamente religioso, e individua nel presepe di Francesco un significato legato anche a un messaggio storico, un messaggio lanciato per prendere posizione su ciò che sta accadendo in quei tempi. Sono tempi di guerra, la Chiesa lancia crociate e chiama alle armi per riconquistare ciò che, secondo coloro che sedevano sul soglio pontificio, contemporanei di Francesco, apparteneva ai cristiani, la Terra santa. Francesco lancia un messaggio opposto: Betlemme è ovunque si riesca a ricreare quel legame tra l’uomo e Dio attraverso la fede. Non occorre andare a Betlemme per fare una guerra per riconquistare quella terra perché Betlemme può essere ovunque. Betlemme non è un luogo fisico ma è un elemento spirituale. A Francesco bastano un bue, un asinello, una mangiatoia e un po’ di fieno per ricreare in quel paesino laziale quasi isolato tra i monti Betlemme. Il presepe di Francesco e la sua predica sono dirompenti, la chiesa cerca di occultarli. Bonaventura da Bagnoregio, nel raccontare l’episodio del presepe di Greccio nella sua biografia, che diventerà l’unica circolante dopo che le altre furono distrutte per sua volontà, nel 1257, introdurrà la richiesta di un’autorizzazione a creare il presepe all’aperto poiché le cerimonie religiose all’aperto erano vietate, una richiesta finalizzata a ridurre la carica innovatrice della proposta francescana, molto probabilmente realizzata senza il bisogno di alcuna autorizzazione. Ma ancor più Giotto, nella sua raffigurazione del presepe di Greccio negli affreschi della basilica superiore di Assisi, sposta il presepe in chiesa, riduce il bue e l’asino a due statuette ai piedi della greppia, toglie a Francesco la parola della predica e lo veste con un abito diaconale ricamato d’oro, dipingendolo intento a deporre il bambino nella mangiatoia. Colloca intorno alla scena principale ricchi uomini vestiti di baio e sposta gli altri oltre il transetto. L’idea di Francesco, espressa non solo in occasione del presepe di Greccio, ma in diversi altri episodi, a cominciare dalla predica ai musulmani nel 1219, nei pressi di Damietta, una predica ascoltata con interesse dagli interlocutori, come è mostrato in una scena della Tavola della Cappella Bardi in Santa Croce a Firenze, che non ha niente a che fare con la sfida del fuoco lanciata da Francesco ai sacerdoti musulmani dipinta da Giotto sempre su ispirazione della Legenda Maior di Bonaventura di Bagnoregio. L’elemento centrale del messaggio di Francesco è la pace, ricavata a sua volta dall’idea che il messaggio di Dio è per tutti, un messaggio contrario a quello della Chiesa che invece invoca le crociate e che vede nelle altre religioni e negli eretici soltanto dei nemici da combattere. Francesco è un credente fervido che non rinuncia alla sua fede in favore di un relativismo che accetta tutti purché ciascuno rimanga chiuso nella sua isola. Francesco predica ai musulmani e predica la sua fede. Ma è aperto al dialogo, al confronto perché sa che nessuna fede può essere imposta. Non è un pacifista come oggi intendiamo questa categoria di persone, è un dialogante, capace di ascolto, pur nelle certezze che gli derivano dalla sua fede. Il presepe che mette in scena Francesco è basato su questo messaggio, sulla convinzione che l’universalità del messaggio di Dio non sia compatibile con la volenza, con l’uso della forza, con l’obbligo della conversione, ma sia invece un messaggio che può arrivare a tutti, anche a chi non crede o a chi ha perso la fede. Il semplice presepe allestito a Greccio serve a ridestare questo messaggio nell’animo di chi è accorso lì, senza bisogno di impugnare armi, come invece stava chiedendo di fare la gerarchia ecclesiastica. Per tali motivi è difficile da capire lo spostamento profondo di senso insito nella nuova versione del messaggio di Luca introdotto nel 2008 nella traduzione italiana del vangelo da parte della CEI. Secondo Carlo Ossola, filologo, il testo greco è trasparente: «εἰρήνη ἐν ἀνθώποις εὐδοκίας» «eirène en anthròpois eudokìas» (alla lettera: «pace negli uomini di benevolenza [che vogliono il bene]». Ossola sottolinea che “per quasi due millenni la cristianità ha accolto il Gloria come discesa del divino (il Cristo con i suoi angeli) tra gli uomini: ed a «quelli che vogliono il bene», che sono «di buona volontà», promette pace.”. E fa notare che per tale motivo Dante ha ricavato un posto in Paradiso a molti uomini di buona volontà dell’antichità greca e romana. La nuova versione “che egli ama” sembra voler anteporre all’azione degli uomini la scelta divina, l’individuazione di chi è predestinato. Ossola aggiunge, secondo me giustamente, che tale versione toglie all’uomo la dignità salvifica del “ben volere e ben agire” e, complice forse la sintassi italiana, assegna un ruolo ambiguo a Dio perché non è chiaro a chi si riferiscono le parole “che egli ama”. Ossola si chiede se esse siano riferite alla totalità? – gli uomini tutti che Dio ama – o solo quella parte “che egli ama”. Credo che Francesco avrebbe pochi dubbi sul significato da assegnare a quelle parole, ma anche i papi che si sono succeduti sulla cattedra di San Pietro forse non ne avrebbero molti.
Quando Francesco matura l’idea di mettere in piedi il presepe, però non è un’idea nata dall’improvvisazione. La scena della natività ha una sua storia lunga e complessa che Maurizio Bettini ha cercato di ricostruire in un libro di qualche anno fa (Maurizio Bettini, Il Presepio, Torino, Einaudi, 2018). Cerca di sondare che cosa è il presepe, di capire come tale significatività è emersa dalla serie molto povera di accenni che si trovano nei vangeli canonici, come si è costituita nel corso del tempo questa scenografia così precisa e nello stesso tempo così aperta, come dimostrano le notevoli differenze tra un presepe e l’altro. È un’apertura, come è già stato accennato, che colloca il presepe accanto al teatro, nel senso che, come il teatro, il presepe non è un racconto realistico, ma è un racconto che accenna ad un’altra realtà rispetto a quella narrata, quella del rapporto tra l’uomo e il divino, del particolare rapporto tra uomo e divino che caratterizza il cristianesimo, La buona novella legata alla venuta di Cristo nei panni del Bambinello nato in una grotta a Betlemme di nome Gesù.
Mi viene in mente un altro testo che mi è capitato di leggere in questo periodo, il bel libro di Vito Mancuso Gesù e Cristo (Vito Mancuso, Gesù e Cristo, Milano, Garzanti, 2025). Mancuso separa i due soggetti che il cristianesimo tradizionale tiene ben uniti, Gesù e Cristo, chiamando il nuovo soggetto Gesù Cristo. Gesù è un personaggio concreto, nato a Nazaret, un ebreo che credeva nell’imminente venuta del regno di Dio e perciò invitava i suoi correligionari a vivere in modo tale da non farsi sorprendere dal momento in cui si sarebbe realizzato l’avvento imminente del nuovo regno; perciò, in qualche modo chiedeva al suo popolo di mettersi direttamente davanti a Dio. Non credeva di essere figlio di Dio, ma un profeta della sua venuta. Gesù aveva una famiglia terrena, dei fratelli e delle sorelle, non pensava ad una religione universale, ma alla religione del suo popolo. Cristo è invece un personaggio spirituale, nato a Betlemme, frutto di una lunga evoluzione che ha le sue origini in Pietro e Paolo e nella storia della chiesa, dei suoi concili, a cominciare da quello di Nicea, che stabilisce la sua natura di figlio unigenito di Dio, costituito dalla stessa sostanza del padre, portatore di un messaggio universale, incarnazione lui stesso del regno di Dio perché con il suo sacrificio ha liberato il mondo dal peccato; è lui stesso che media tra l’uomo e Dio sostituendosi al rapporto diretto tra Dio e l’uomo, singolo individuo. Due personaggi quindi diversi ma strettamente legati, nessuno dei due, per Mancuso, concepibile senza l’altro. Nel presepe questa duplicità strettamente interrelata è percepibile. Personaggi concreti, materiali che però rimandano a personaggi non reali, frutto di una costruzione spirituale durata secoli, personaggi sui quali è stata costruita un’immagine del mondo e del suo senso. Per dirla con Mancuso “Gesù e Cristo hanno bisogno l’uno dell’altro, così come ognuno di noi ha bisogno della Storia e dell’Idea” scritte entrambe da Mancuso con la lettera maiuscola perché indicano non due oggetti ma due concetti. Per Mancuso quella tra Gesù e Cristo è una separazione finalizzata a costruire una nuova unità liberata dalle incrostazioni che impediscono oggi al cristianesimo di essere una religione adatta ai tempi che stiamo vivendo, tempi di un incontro inevitabile tra culture, tradizioni, religioni diverse che richiedono disponibilità al dialogo per evitare i conflitti tremendi che invece purtroppo stanno prendendo il sopravvento. Per Mancuso la separazione tra Gesù e Cristo è una separazione che invece di chiudere in sé il cristianesimo, come è accaduto nel passato, lo apre al rapporto con altre religioni, con altre culture, compresa quella laica. Cristo, nella prospettiva di Mancuso, può dialogare liberamente con Socrate, con Mosè, con Maometto, con Confucio o Buddha e con molti altri perché tutti partecipi dell’Idea e della Storia così come Dante aveva trovato un posto in paradiso per uomini dell’antichità. Nel presepe questo incontro tra Idea e Storia è evidente solo che la sua lettura può aprire a situazioni diverse e contrapposte. Sta a chi fa il presepe decidere quale lettura dare.
Ma per il momento ritorniamo al libro di Bettini. Il primo elemento che emerge è che la Natività non nasce all’improvviso come storia originale ma è da collocarsi all’interno dell’avvicendarsi di racconti somiglianti che appartengono a religioni e culture diverse dell’antichità. Bettini afferma che il presepe viene alla luce al culmine di una vicenda culturale lunga e complessa in cui confluiscono racconti anteriori al cristianesimo.
Nel protovangelo di Giacomo Gesù nasce in una grotta e Bettini sottolinea come la grotta sia non solo il luogo di nascita di Gesù ma anche il luogo di culti pagani come quello di Mitra o di Adone o di Zoroastro, grotte che ospitano la nascita di divinità come Ermes, figlio di Maia e di Zeus, ma anche di Zeus stesso, di Dioniso, figlio di Zeus e di Semele. Anche la mangiatoia fa parte di queste tradizioni culturali precristiane. Ermes fu posto in un contenitore usato per separare il grano dalla pula, il lìknon. Anche Zeus fu posto in un lìknon, come pure Dioniso. Tutte grotte, poi, nel momento in cui diventano il luogo della nascita della divinità, sono illuminate da bagliori di luce. Grotta e mangiatoia o altro recipiente sono segni della divinità del nascituro e del suo destino eccezionale. Ma anche altri personaggi eccezionali, dopo che sono nati, sono stati deposti in ceste, personaggi come Sargon I, re dell’Assiria, o Mosè. Tutte nascite accompagnate da pericoli o minacce salvati grazie al loro abbandono in tali contenitori. Anche Romolo e Remo, collocati in una cesta prima di essere affidati alle acque del Tevere, sono due figure eccezionali del mondo antico destinate ad avere un ruolo importantissimo. E ancora non nuova è la presenza di animali che soccorrono, aiutano il bambino a sopravvivere, lo nutrono, lo crescono, animali che riconoscono la divinità quando invece gli umani sono indifferenti. E qui entrano in gioco il bue e l’asinello, due personaggi assenti nei vangeli e introdotti, secondo Bettini, dalla “pressione del modello mitico”, ricco di esempi che vanno da Zeus, a Ciro il Grande, a Romolo e Remo. La scelta del bue e dell’asinello è, secondo Bettini, il prodotto di una vicenda culturale che parte dalla quarta ecloga di Virgilio, per arrivare, anche attraverso passaggi iconografici, a Origine che compie un passo indietro e recupera un’immagine dal vecchio testamento del profeta Isaia che parla di una mangiatoia, di un bue e di un asino che Origine interpreta come annuncio della venuta di Gesù riconosciuto dai gentili (il bue) e non dagli ebrei (l’asino). Con il tempo scompare l’identificazione dei due animali con i due popoli e rimane soltanto la presenza amorevole del bue e dell’asino che, pur essendo animali irragionevoli, riconoscono Gesù e quindi rendono impossibile agli esseri ragionevoli il disconoscimento del Salvatore. Il bue e l’asino quindi da simboli teologici passano ad essere personaggi reali nel Vangelo dello Pseudo Matteo del VII – VIII secolo dopo Cristo. Francesco riprende questa immagine e la rende concreta, materiale e la uso per lanciare il suo messaggio di pace.
Infine, a completare la scenografia, ci sono i Magi. Ne parla Matteo senza dire né quanti sono né tantomeno i loro nomi. Matteo racconta che i Magi, giunti da oriente a Gerusalemme, guidati da una stella, chiesero a Erode dove fosse il re dei giudei appena nato. Confermato dai sommi sacerdoti e dagli scribi che il re dei giudei era nato a Betlemme, i Magi si diressero verso quel villaggio per adorarlo. Erode chiese ai Magi di informarlo sul luogo in cui si trovava il neonato re, ma questi, avvisati da un angelo, dopo aver adorato Gesù, non fecero ritorno da Erode. Non erano quindi dei re. Solo una vicenda culturale complessa come quella che riguarda le altre figure del presepe ha trasformato i Magi, probabilmente sapienti o sacerdoti zoroastriani o anche astronomi o astrologi vista la loro capacità di farsi guidare da una stella, in re, anche in questo caso, probabilmente sotto l’influenza delle profezie di Isaia che parlano dell’adorazione del Messia da parte di alcuni re. La quantificazione è forse legata al fatto che i Magi portano tre doni, oro, incenso e mirra. Successivamente la tradizione ha anche dato loro un nome. I significati teologici legati ai Magi sono anch’essi diversi, da segno della superiorità del cristianesimo sulle altre religioni, a indicazione della dimensione universale della missione redentrice di Gesù rivolta a tutti i popoli del mondo in quanto i Magi provenivano, sulla base della tradizione accreditatasi successivamente, non solo da oriente ma dai tre continenti allora conosciuti: Asia, Africa ed Europa.
Esaurita questa ricostruzione storica Bettini passa a porsi la domanda che cosa è il presepe e perché ancora oggi lo facciamo e lo fanno anche i non credenti. Per Bettini il presepe è un artefatto che si riferisce essenzialmente ad un racconto che ha un andamento temporale ciclico, annuale, e che esaurisce la sua significatività nell’arco di tempo che va dalle settimane che precedono il Natale all’Epifania. Fuori da tale periodo il presepe è qualcosa di stonato, di fuori luogo. Il presepe per i credenti, per Bettini, è il frutto di una sorta di patto di fedeltà che di generazione in generazione si rinnova nei confronti di colui che viene considerato il Salvatore, un patto però che non riguarda tutti coloro che si dedicano a fare il presepe. Per coloro che non aderiscono a quel patto, i non credenti, spesso viene evocato come elemento causale il richiamo alla tradizione, ma il legame è forse un altro, un legame con la comunità di appartenenza, forse, aggiungo io, una conferma del “perché non possiamo non dirci cristiani” di Benedetto Croce, certo un sentirsi “cristiani” in modo diverso dai credenti, ma anche, come dice Bettini, “una fedeltà al me stesso di prima, quello della mia infanzia, quello che intravedevo attraverso l’infanzia prima di mia nipote e poi di mia figlia”. Giustamente Bettini osserva che il semplice richiamo alla tradizione non è sufficiente, perché la tradizione può avere un ruolo solo se ad essa è legato un significato. Il rapporto con l’infanzia, con la propria infanzia, con l’infanzia dei bambini che ci crescono accanto forse racchiude questo significato e dà un senso al richiamo della tradizione, che altrimenti rimarrebbe sospeso nel vuoto, come lo dà il legame con la comunità cui apparteniamo, in cui ci riconosciamo. Il problema, soprattutto per i non credenti, è individuare quale comunità, quali sono i legami con quella comunità, ma questo è un problema molto più complesso che va al di là del significato del presepe e che coinvolge questioni complesse come quelle legate all’identità.
Recentemente, leggendo un intrigante libro sul presepe napoletano (Marino Niola, Elisabetta Moro, Il presepe, Bologna, Il Mulino, 2022), ho scoperto che anche nel presepe costruito in casa di mia moglie c’è un personaggio di quel mondo variopinto che popola i presepi partenopei, il giovane pastore dormiente e sognatore chiamato Benino, un personaggio che in genere occupa una posizione appartata nella scena del presepe. Il personaggio è legato ad una leggenda che mostra Benino come colui che sta sognando proprio la scena del presepe, cioè come se il presepe non fosse reale ma il contenuto di un sogno.
Il personaggio di Benino compare anche nella Cantata dei Pastori, un’opera teatrale napoletana sui generis, composta alla fine del Seicento da Andrea Perrucci; in origine una rappresentazione sacra poi trasformatasi nel Settecento quasi in un’opera comica e profana la trasformazione in chiave popolare e comica di un personaggio, Razzullo, uno scrivano napoletano impegnato nel censimento che si stava svolgendo in Palestina, ma smarritosi nelle campagne e continuamente perseguitato dalla fame, e l’introduzione di un altro, il deforme e grottesco barbiere Sarchiapone, in fuga perché involontario duplice omicida, destinato a costituire coppia con Razzullo. La Cantata dei Pastori fu a lungo rappresentata per due secoli nei teatri popolari di Napoli. Il tema della cantata è quello della lotta fra bene e male, che si inasprisce proprio quando nasce Gesù. Il dramma di Perrucci è importante per il presepe napoletano perché il legame tra queste due forme di rappresentazione della Natività è molto stretto.
La trama base della Cantata è costituita dal racconto del viaggio di Maria e di Giuseppe verso Betlemme, dalla nascita di Gesù, dall’adorazione dei pastori e dai tentativi del diavolo Belfagor di impedire la nascita di Gesù, tentativi fermati dal continuo intervento dell’arcangelo Gabriele, aiutato dai diversi personaggi che danno vita alla storia o meglio alle diverse storie che sono presenti nella Cantata. L’evento centrale è raccontato in versi espressi tramite un linguaggio ricercato alternati a inni musicali. Le storie parallele invece sono invece raccontate con un linguaggio popolare e dialettale. Benino entra in scena all’inizio della Cantata. Siamo a Betlemme e Benino viene svegliato dal padre Armenzio dopo aver fatto un sogno premonitore in cui viene annunciata la nascita di un bambinello deposto in una mangiatoia ricolma di fieno in una grotta piena di luce, attorniato da una nuvola di angeli in volo, vegliato dai genitori e riscaldato dalla presenza di un bue e di un asino, il tutto immerso in un mare di dolci musiche, elementi interpretati come l’avvicinarsi di un evento straordinario, annuncio condiviso da un sogno anche del padre. La tranquillità della scena evocata dal sogno è però minacciata da foschi presagi che sono legati alle minacce del diavolo.
A questo punto entrano in scena anche Razzullo e poi Sarchiapone, personaggi decisamente anacronistici, che inseriscono nell’opera sacra elementi della commedia dell’arte, affidandosi all’improvvisazione, dialogando con il pubblico con toni comici ed esprimendosi in dialetto napoletano; talvolta addirittura i brani musicali originali della Cantata sono sostituiti o affiancati ad altri composti per l’occasione o a canzoni contemporanee attraverso le quali irrompe nella scena l’attualità. In effetti si trasformò, con la sua appropriazione da parte di guitti, saltimbanchi, attori comici improvvisati, in un’opera profana inserita in una storia sacra basata su un canovaccio che arrivò ad essere affidata addirittura a marionette. Per i suoi contenuti e per il suo linguaggio nell’Ottocento fu addirittura vietata. Oggi, dopo il recupero della Cantata effettuato nel 1974 ad opera di Roberto De Simone e la sua riproposizione da parte della Nuova Compagna di Canto Popolare, è tenuta in vita tenacemente da Peppe Barra che la ripropone, continuamente rinnovata, soprattutto durante il periodo natalizio.
Le caratteristiche assunte nel corso del tempo hanno portato la Cantata, come già detto, ad essere quasi una messa in scena del presepe napoletano, anch’esso basato sulla presenza di personaggi anacronistici che indossano costumi di epoche diverse, in particolare del Settecento, altri diventate figure ricorrenti come Ciccibacca, il conduttore di un carro trainato da buoi colmo di botti, o il Pazzariello, o la zingara nera con in braccio il bambino, o ancora il cacciatore con il fucile, Pulcinella, il prete con l’ombrello, i giocatori di morra e addirittura personaggi contemporanei come i personaggi della politica, dello spettacolo o del calcio. Il presepe napoletano è infatti una messa in scena della vita della Napoli settecentesca e della Napoli odierna, una sorta di fermo immagine fotografico indifferente alle distinzioni temporali attraverso il quale si vuol riprodurre soprattutto l’intensità vitale della città partenopea, i suoi mercati, l’osteria, i giocatori di carte, i mestieri. Una rappresentazione che forse mette in secondo piano la scena principale, quella della Natività, e colloca al centro dell’attenzione lo spazio vitale di una popolazione che sembra indifferente all’evento, eccetto che per i pastori che circondano la capanna e per i Magi, comunque non rappresentati soltanto dalle tre statuette, ma da una teoria di personaggi al loro seguito.
Il presepe napoletano contribuisce a rafforzare la domanda “Che cosa è allora questo presepe che ogni anno prende vita quando è in procinto di arrivare il Natale?”. Che cosa è rimasto del messaggio religioso che Francesco aveva assegnato al suo presepe. Certo il presepe napoletano, così come la Cantata dei pastori, spostano sull’aspetto profano, sulla tradizione popolare, sull’interpretazione popolare della Natività, che non significa blasfemica, il centro dell’attenzione. Forse possiamo pensare ad un altro modo di vivere comunque un evento che, al di là delle forme, conserva il suo significato. È un bel salto quello dal presepe di Francesco al presepe napoletano, anche perché il presepe napoletano è stato fatto proprio da ricchi facoltosi e intorno alla metà del Settecento Carlo III di Borbone e sua moglie fondano la Real Fabbrica di porcellane di Capodimonte, che inizia a produrre figurine di fattura raffinata, personaggi che iniziano a popolare presepi che diventano occasione di sfoggio della propria ricchezza e ostentazione della propria religiosità. Il presepe napoletano rimane comunque, secondo la scrittrice danese e luterana Friederike Brun che agli inizi dell’Ottocento visita Napoli, un’espressione di quello che viene definito lo spirito napoletano, ammesso che esista, la gioia di vivere, l’allegria accompagnata da una religiosità infantile. “A Napoli [i presepi] erano allestiti in parte dai proprietari ed in parte da artisti specializzati che eseguivano il teatro e le figure. Visto nel suo complesso, l’ideale del paesaggio, qui dove tutto vive si muove e gode, è marginale mentre a Roma, nella natura grandiosa che circonda la città eterna ed i suoi abitanti, costituisce il motivo principale. … Ho visto questi tre momenti principali in uno dei più ricchi di tali teatri di Natale rappresentati in stanze separate mentre gli spazi intermedi erano riempiti in maniera deliziosa: in parte dall’apparizione degli angeli cantori e dei pastori ed in parte dal corteo dei Re santi. Di incredibile bellezza la scena notturna con i pastori. Si destavano, fra i loro greggi di pecore, montoni e capre, momentaneamente impauriti, per lo splendore della popolazione celeste e del Gloria in Excelsis Deo! Niente è rappresentato in maniera più semplice del risveglio attonito negli uni e della gioia che si desta negli altri. Lontano, in un paesaggio roccioso, ci sono alcune capanne rustiche. Ora se ne vanno carichi di doni della terra. Splende la luna e si procede con loro attraverso un paesaggio silenzioso fino alla stalla santa, sulla quale brilla la stella. È questo il secondo momento principale; i pastori adorano il bambino appena nato e gli offrono i rustici doni, al ritorno tutto vive e si muove nella campagna popolata, dove un paese è legato all’altro. Qui una donna è intenta a stendere i panni, un’altra allatta un bambino e un’altra ancora dà da mangiare alle colombe e alle galline. Qui si può sbirciare in una cucina del paese, lì in una cantina ben fornita. Da un crepaccio della montagna muovono faticosamente tutti gli armenti: adesso anche i contadini più lontani sanno quanto di bello è accaduto nella notte! Lo hanno raccontato i pastori al loro ritorno; e adesso anche i contadini cominciano il pellegrinaggio con i doni della terra. Belle contadine, nei pittoreschi costumi del regno di Sicilia e delle isole vicine, portano cestini con uova, polli variopinti, colombe e frutta meravigliose; in bellissimi gruppi ordinati camminano con i loro mariti, con i padri anziani e bei bambini. Non sono dimenticate neanche alcune giovani coppie di innamorati che si attardano un poco in coda al corteo.”. Poi continua “Uno dei tre [presepi] che abbiamo visitato si distingueva per opulenza. Tutte le armi e le bardature dei cavalli non erano solo lavorate in miniatura con la massima pulizia, ma anche rifinite e cesellate elegantemente in oro, argento e metallo. Le faretre erano gremite di frecce d’oro, le sciabole in argento con impugnature d’oro; le staffe in oro, piccoli e minuziosi scrigni di mogano e bauli da viaggio ornati d’oro. I Re orientali venivano serviti su argento con vasellame in oro. I vasi nei quali si trovavano la mirra e l’incenso erano lavori in filigrana d’oro e d’argento; i vestiti, le stelle e i turbanti dei re erano ricamati con perle, ecc. perché le famiglie locali ostentano volentieri i gioielli della loro ricchezza ereditaria, anche se ora, sotto i nuovi governi, ci vuole parecchio coraggio e solo la classe borghese ne possiede ancora.”. E a proposito della passione dei re Borbonici per il presepe “Ho saputo che ogni anno nel palazzo reale di Napoli veniva costruito un presepe estremamente sontuoso, ma già da molto tempo ciò non accade più. Alcuni spagnoli mi hanno assicurato che in un’intera ala del palazzo reale di Madrid era allestito un presepe con una prospettiva per la quale era stato abbattuto un muro verso il fondo. Le figure, in gran parte mobili, venivano messe in movimento da un posto segreto ed il tutto si trasformava in un gran teatro di marionette.”.
Per completare questa panoramica culturale nl tentativo di individuare il significato generale e quello personale del presepe, non si può non prendere in considerazione la tragicommedia di Eduardo De Filippo Natale in casa Cupiello. Quest’opera teatrale tragicomica costituisce uno strumento fondamentale per comprendere soprattutto possibili rapporti tra il presepe e chi si dedica a farlo. Protagonista è Luca, un napoletano attaccato alla tradizione del presepe che ogni anno e ad ogni costo vuol costruire e migliorare. La sua famiglia non condivide questa passione. La moglie Concetta, donna pratica, ritiene che il presepe sia una cosa per i bambini e invita il marito a tornare nella realtà “perché non teniamo creature”. Il figlio, Tommasino, cui continuamente Luca chiede se gli piace il presepe, ostinatamente risponde di no. Luca in effetti insegue qualcosa di simile ad un sogno, che non è solo quello del presepe, ma quello di vedere la sua famiglia unita, intorno alla tradizione del presepe. Così non è. La famiglia di Luca è disgregata, e il sogno di Luca si scontra con questa realtà che Luca non riesce ad accettare. Luca Cupiello, forse, con il suo presepe, cerca di inseguire una sua immagine del Natale, che continuamente entra in contrasto con i comportamenti dei familiari. Ill suo è un sogno fuori del tempo e della realtà.
Luca impersona la lotta contro lo sgretolarsi di un sistema di valori che vedeva la famiglia al centro di tutto, ma è una lotta portata avanti con mezzi poco efficaci se non addirittura sbagliati. Alla fine, lo sconfitto sarà proprio Luca per quanto riguarda l’esito della lotta, ma sconfitti saranno anche gli altri che lo circondano perché non saranno capaci di uscire dal gorgo della disgregazione familiare. Luca, quindi, non è un vecchietto maniaco che cerca di tenere in vita con il presepe i suoi ricordi d’infanzia, ma un donchisciottesco difensore di un mondo di valori che è al tramonto. È un uomo che non riesce ad accettare la realtà, un uomo che si rifiuta di vedere la realtà ma sceglie per combattere questa sfida un’arma inefficace, la fuga in un mondo perfetto in miniatura ma irreale.
Natale in casa Cupiello mette in scena un uso del presepe come strumento per staccarsi dalla realtà, per costruire un proprio modello ideale di realtà legato anche a quell’età che costituisce per gli adulti una sorta di rifugio perché vista come il luogo della spontaneità e dell’innocenza. È una possibilità che il presepe offre, spesso legata al richiamo alla tradizione e, oggi, anche alla presunta salvaguardia della propria identità. Sono dei nostri tempi sia atteggiamenti come quelli di rifiuto di fare il presepe per paura di offendere chi appartiene ad altre culture, sia l’uso del presepe come elemento da scagliare contro chi viene visto come estraneo che minaccia la nostra identità. Entrambe hanno molto a che fare con l’uso che del presepe fa Luca, uno strumento per non affrontare la complessità della realtà, del mutamento. Il presepe può avere un altro valore per chi decide di farlo, senza rinunciare ai legami con il passato, con l’infanzia, con la propria cultura, può essere un valore positivo. Per coglierlo bisogna ritornare sia a Francesco, al ruolo che Francesco attribuiva ala povertà e all’umiltà incarnate dall’essenzialità del suo presepe, sia riprendere la ricostruzione complessa e storicamente articolata della scena del presepe proposta da Bettini, ma anche tenere conto delle deformazioni ottiche proposte dal presepe napoletano e dalla Cantata dei pastori, il loro spirito popolare che si manifesta anche attraverso il comico, lo sfarzo, la gioia di vivere, l’attaccamento alla vita.
Il presepe di Francesco è latore di un messaggio pace in Terra agli uomini di buona volontà, non ai credenti, ma agli uomini di buona volontà. Chi sono questi uomini di buona volontà? Sono una parte dell’umanità. Ciò che caratterizza l’umano, infatti, è qualcosa di complesso. Dentro l’umanità c’è l’amore e l’odio, il perdono e la vendetta, la tolleranza e l’intolleranza. Uomini di buona volontà sono coloro che, nel crogiuolo dell’umanità, con un atto volontario, sanno individuare i valori che costituiscono il bene, sapendo che questi valori non sono i soli, ma sono i loro valori che debbono poter essere messi a confronto e dialogare con quelli di altri uomini di buona volontà impegnati a percorrere percorsi analoghi. Le strade per arrivare a cogliere questi valori sono diverse, non ne esiste una sola. Il presepe rappresenta questa complessità perché è il prodotto di una storia articolata che coinvolge varie culture. L’identità non si difende contrapponendosi, ma rendendosi disponibile al confronto, al reciproco influenzarsi come faceva Francesco che raccomandava ai suoi frati di predicare la propria fede di fronte agli “infedeli” solo se si presenta l’occasione e il contesto favorevole. Il presepe è dentro questa molteplicità e il suo significato va cercato nell’uso che se ne fa.
Concludo riprendendo una citazione ripotata nel libro di Bettini sul presepe. Bettini riferisce le parole di Simmaco, Prefectus Urbi, con le quali rispose all’imperatore Valentiniano II succeduto a Graziano che, dietro consiglio di Ambrogio, vescovo di Milano, aveva chiesto di togliere l’altare della Dea Vittoria dal Senato a Roma, un altare che era lì da quattro secoli ed era stato voluto da Ottaviano Augusto. “Contempliamo le stesse stelle, abbiamo il cielo in comune, siamo parte di uno stesso universo: che importa con quale ideologia ciascuno cerchi il vero? Non si può aggiungere per una sola via ad un mistero così grande.”.
massimocec febbraio 2026
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