Il viale delle Piagge che si snoda pigramente lungo la riva settentrionale del fiume Arno ha avuto per me sempre in ruolo importante, fin da bambino, quando ho iniziato a frequentarlo perché lì vicino, tra i ruderi del cinema teatro Politeama, soprattutto durante le festività natalizie, arrivavano i circhi con il loro carico di animali e di acrobazie. Era un appuntamento fisso e subito dopo lo spettacolo o la visita al piccolo zoo, che allora non mancava mai, c’era la passeggiata sul viale. Era per me un luogo pieno di fascino, soprattutto se si raggiungeva da una strada laterale che obbligava a passare tra ciò che rimaneva del Politeama, come se si stesse entrando in un mondo misterioso, irreale.
Ricordo poi pomeriggi passati a giocare nei giardini, soprattutto a calcio, sempre con il rischio che il pallone finisse, se non in Arno, nelle sterpaglie delle Piagge.
Il viale delle Piagge era anche il viale dove c’era il cavallino, anzi il calesse trainato dal cavallino, sempre in attesa di fronte al chiosco del Salvini di qualcuno propenso a concedere al proprio bambino una breve passeggiata lungo i giardini del viale. Non sono mai salito su quel calesse perché non ne vedevo lo scopo, poche centinaia di metri in un percorso arcinoto. Meglio usare i propri piedi e sfruttare le possibilità di fermarsi, correre, giocare. Il proprietario del pony e del calesse, ricordo aveva una stalla in una via dietro il muro di recinzione della Richard Ginori perché, oltre al calessino utilizzato per le passeggiate sul viale, aveva uno o due cavalli veri e una carrozza con la quale accompagnava i turisti in giro per Pisa.
Sul viale si è anche svolto il mio unico e fallimentare tentativo di inizio di attività di pesca. Non so per quale ricorrenza i miei mi avevano regalato una canna da pesca, cosa molto strana perché né mio padre né tantomeno mia madre avevano una passione del genere. Tanto per provare, un pomeriggio mi hanno condotto ho io li portati, non ricordo, sul viale delle Piagge in un punto in cui era possibile scendere fino alla riva del fiume, proprio dove c’era una sorta di piccolo promontorio. Da lì abbiamo iniziato a gettare l’amo attaccato alla mia canna molto primitiva. Dopo un po’ che almanaccavamo maldestramente con quella non eccelsa attrezzatura, sono arrivati i guardiapesca e, visto che non avevamo nessuna licenza, volevano sequestrarci l’attrezzatura e appiopparci una multa. Tutto finì con l’invito perentorio a procurarci una licenza, cosa che fu fatta senza però mai più tornare a pescare.
Il viale è ancora oggi in due tronconi, il primo dal bar Salvini alla chiesa di San Michele, che dalla guerra e dall’alluvione del ‘49 altro non era che un rudere con a fianco un campanile pendente. Dietro la chiesa poi c’era la fabbrica della Richard Ginori; praticamente, per chi guardava la fabbrica dall’esterno, un alto muro che circondava tutto l’impianto industriale sopra il quale emergevano una lunga ciminiera e un deposito sospeso di acqua con la scritta Richard Ginori ben in evidenza. Nella piazza c’era il cancello di ingresso che al mattino ingoiava i numerosi operai che vi lavoravano e alla sera li espelleva. Il cancello è, in parte, ancora oggi conservato dando vita ad un eccentrico contrasto tra gli edifici moderni che oggi sono stati costruiti dove una volta c’era lo stabilimento e ciò che resta di quel mondo che non esiste più. A fianco del cancello, da un lato c’era l’abitazione del direttore dello stabilimento e, dall’altro, il casotto di portineria. Sull’altro lato della strada c’era invece il dopolavoro con annesso un bar molto frequentato, soprattutto durante le serate estive perché aveva un ampio giardino con tanto di pista da ballo, poi utilizzata, scomparsa la moda del ballo, come spazio per i tavoli da ping pong. Era questo lo scenario che si mostrava a chi percorreva il viale. Lì terminava e termina ancora oggi la parte urbana del viale delle Piagge e comincia la parte rurale perché dal viale altro non si vedevano che campi, i campi di Cisanello e San Biagio. Sui due lati del viale ci sono filari di tigli lungo tutto il percorso. La parte urbana però è contraddistinta da giardinetti e vialetti per passeggiare coperti da una folta vegetazione perch nei giardinetti tra il viale e il fiume si trovano platani, lauri, lecci e chissà quanti altri tipi di alberi. La parte rurale, che inizia dalla chiesa di San Michele e termina con quello che viene chiamato il Tondo, uno spiazzo a forma circolare dove la strada forma un anello che una volta, forse, costituiva il punto in cui le carrozze che trasportavano, immagino, nei pomeriggi estivi i cittadini in cerca di ombra e frescura, potevano girare per tornare verso la città. In questo spezzone di viale, è molto più spartana. Non ci sono giardinetti ma prati in cui svettano alti pini che di ombra ne fanno poca. L’argine è costituito da un alto terrapieno trapezoidale sul quale correvo spericolatamente con la mia bicicletta. Per dare un aspetto più dignitoso a tale parte di viale, oltre a cercare di mettere in piedi una sorta di palestra all’aperto, qualcuno ha pensato di arredarla con sculture di difficile interpretazione.
Per tornare al punto in cui il Viale si divide in due parti, bisogna necessariamente sottolineare che lo scenario è profondamente mutato. La chiesa di San Michele è stata poi ricostruita e in essa ogni anno, la prima domenica dopo il 16 maggio, si ricorda sant’Ubaldo Vescovo. La festa di sant’Ubaldo è la festa del rione e la parte urbana del viale una volta si riempiva di banchi di ogni tipo perché accoglieva una notevole fiera e le “carrozzine”, come si chiamavano i luna park in quell’epoca. Era una vera e propria giornata di festa e tutto il quartiere si fermava e si trasformava per godersi quel momento. Oggi mi sembra che di quella fiera popolare sia rimasto poco. Torrone, brigidini e giocattoli sono stati sostituiti da cesti variopinti, da enormi barattoli di nutella e da grandi quantità di fiorai.
Non è solo la chiesa ad essere stata modificata, ma tutta la zona intorno ad essa è profondamente mutata. La Richard Ginori ha chiuso i battenti ed è stato demolito il muro che occultava alla vista l’anima vitale del lavoro che si svolgeva oltre esso. Al posto dei capannoni e dei laboratori sono sorti orrendi palazzi in cui però ho abitato per oltre trent’anni. La zona della fabbrica che era adiacente alla chiesa e che era costituita da un chiostro medievale semidistrutto e utilizzato dalla Richard Ginori come magazzino, è stata trasformata in un Centro Espositivo Museale di arte moderna e contemporanea (SMS – San Michele degli Scalzi), un luogo per mostre, eventi culturali, musica che, fino a quando io ho abitato in un appartamento con le finestre che guardavano proprio su di esso, mi sono sembrate iniziative sporadiche. Infine, al posto del dopolavoro della Richard Ginori, dopo esser stato un centro sociale occupato da giovani alternativi non ben visti dai residenti. È stata costruita un avveniristico edificio che ospita la biblioteca comunale. Nello spazio immediatamente sopra il dopolavoro è stato ricavato un parco per attività sportive
Ma per me il viale delle Piagge è diventato poi in luogo di passeggiate solitarie o in compagnia, soprattutto di una cara amica con il suo cane e di piacevoli discussioni sui libri letti, sui film visti, sui timori e sui sogni di due studenti lineari ancora del loro futuro. Ma anche passeggiate solitarie magari con in mano un libro. Ancora passeggiate tristi con il pesante sentimento di solitudine spesso che spesso mi accompagnava e mi accompagna. Il viale poi è diventato un percorso per sportivi sempre più abbigliati con abiti ultimo grido e attrezzature tecnologiche, smartphone e cuffie. Infine sono arrivati i crocicchi dei padroni di cani che necessitano di sgambare un po’ sui prati le loro bestiole, trattate spesso quasi come bambin.
A metà del viale, dove si congiungono due spezzoni, gli alberi si interrompono e si trova lì per un centinaio di metri un muretto con da un lato vista da un sull’Arno e dall’altro sulla chiesa di San Michele. È il luogo dove nel quarantanove l’Arno ruppe l’argine provocando enormi danni alla chiesa, che fu ridotta a un rudere, e a tutto il quartiere, compresa la fabbrica della Richard Ginori, che fu sommersa dalle acque. Con il tempo quel luogo nelle serate primaverili ed estive è diventato un punto di incontro di “san michelesi” che si ritrovano o si ritrovavano lì per passare qualche ora a “chiacchiera”.
Il viale delle Piagge è stato anche il luogo di svolgimento di feste dell’Unità, con tanto di bomboloni, zuppe, tagliatelle, rosticciane, dibattiti e musica. Mi ricordo che un anno fu anche allestito uno spettacolo o un concerto su quelle che allora erano le Piagge, un’area sabbiosa sotto l’argine, area oramai sparita penso a causa dell’escavazione della rena, un’attività presente lungo il fiume e caratterizzata dalla presenza di draghe che dall’argine opposto a quello delle Piagge si tuffavano nell’acqua per raccogliere sabbia e scaricarla su barconi che percorrevano l’Arno carichi di quella sabbia.
E poi ancora le piene, paurosa quella del sessantasei, quella dell’alluvione di Firenze che anche a Pisa provocò enormi danni perché fece crollare il ponte Solferino e il lungarno Pacinotti. Quella giornata del 4 novembre, allora una giornata festiva, la Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate nella data che ha segnato la fine della Prima Guerra Mondiale, l’ultima di un lungo ponte che iniziava il 1° novembre, passammo tutto il giorno sul viale per controllare il livello del fiume e in ascolto delle notizie che venivano da Firenze. Rassegnati per la crescita delle acque che sembrava inarrestabile, sera ci rifugiammo in casa, al primo piano, affacciati alla finestra, in attesa dell’arrivo della piena. Le acque arrivarono limacciose e apparentemente inarrestabili, ma per fortuna, dopo poco, cessarono di crescere. Erano arrivate alla soglia della nostra casa e avevano allagato le stanze del piano terra di quelle case che si trovavano più in basso rispetto a dove era la nostra. Noi ci salvammo ma il centro di Pisa no.
Ultima presenza sul viale è quella dei bar. Sono tre, uno all’inizio del viale vicino al Ponte della Vittoria, uno al centro e uno al Tondo, nel suo punto terminale. Quello del centro e quello del Tondo erano bar frequentati soprattutto da uomini che si trovavano in quei fumosi locali il pomeriggio per giocare a carte, oggi il primo, quello che si trova a metà del viale, diventato una pizzeria, e l’altro, quello al tondo, un elegante bar gestito da una delle più note pasticcerie della città, Lilli. Il terzo, il bar Salvini, ha invece una storia diversa. È uno chalet lungo la riva dell’Arno, nell’area tra le spallette e il fiume (e per questo ha rischiato grosso nel ’66, quando l’Arno ha esondato a Pisa). L’aveva fatto nascere Gino Salvini, un intraprendente commerciante, gestore di una latteria e venditore di latte a domicilio, che aveva fiutato l’affare costituito da un chiosco sulle sponde dell’Arno mettendo su una piccola baracca dove vendeva gelati, spume, bibite e noccioline. Con il tempo la baracca si è ingrandita e si è trasformata in un locale più ampio e molto frequentato. Recentemente ho scoperto una piccola pubblicazione uscita in occasione del 50° anniversario di questo bar: Come due treni in corsa. Mezzo secolo di storia pisana vista dalle sedie di un bar all’aperto, a cura di Michele Battini e Davide Guadagni, edizioni ETS, Pisa, 2008. È una raccolta di testimonianze di pisani che hanno vissuto in prima persona la storia del bar Salvini, una storia che anche io ho vissuto anche se non in modo così diretto come invece l’hanno vissuta coloro che hanno lasciato la loro testimonianza. Io infatti l’ho vissuta soprattutto attraverso i miei amici dell’epoca liceale, assidui frequentatori di quel bar sulle sponda dell’Arno.
In quegli anni due erano i luoghi di aggregazione dei giovani nella zona delle Piagge, l’oratorio Lanteri che, oltre ad essere un centro di aggregazione parrocchiale, era, per così dire, riservato soprattutto a coloro che praticavano qualche sport come il calcio o la pallacanestro, anche se non c’era tra noi chi non tirasse qualche calcio al pallone, non si divertisse a tentare qualche tiro a canestro o a giocare qualche partita a ping pong o a biliardino, e il bar Salvini, dove invece prevalevano il gioco delle carte e le scommesse sui cavalli, dove si parlava di politica, di calcio, di donne e di avventure galanti. Non erano quindi due luoghi separati perché molti giovani passavano il loro tempo un po’ di qua e un po’ di là. Inoltre, c’erano momenti in cui l’oratorio diventava un luogo di incontro privilegiato, come in occasione dei tornei estivi di calcio a sette, quando tutti i giocatori abili della zona venivano reclutati nelle squadre sponsorizzate da bar e altri esercizi commerciali. Mi ricordo che c’era un giocatore conteso da tutte le squadre, un certo “Banana”, che spopolava. Qualcuno poi riuscì a far venire una sera addirittura il livornese Armando Picchi, libero e capitano dell’Inter, e Cosma, un’ala sinistra che ha giocato nel Pisa e nella fiorentina. Ma i veri protagonisti erano i giovanotti locali, compreso il proprietario del bar sull’Arno, Roberto Salvini, figlio di Gino, un personaggio che si identificava con il clima che si viveva in quel bar, proprietario di una spider MG nera, frequentatore dei locali della Versilia. Il bar Salvini aveva la sua squadra che partecipava al torneo. I giocatori che davano vita al torneo erano una generazione più grande della nostra. Noi invece avevamo il nostro piccolo torneo che giocavamo la mattina della domenica dopo aver rigorosamente preso parte alla messa. Del nostro gruppo facevano parte anche due dei quattro fratelli Tardelli, Marco, il famoso giocatore della Juventus e della nazionale, icona legata al suo urlo dopo il goal del 2-0 alla Germania Ovest nella finale del mondiale dell’82, e l’altro fratello Tullio. Danilo e Flavio invece facevano parte del gruppo di prima generazione. Il calcio era l’interesse principale di quasi tutti i ragazzi che gravitavano al Lanteri. Chi giocava lo faceva in una delle due squadre allora rivali, la Rinascita e il San Martino. Il derby tra le due formazioni era quasi un derby casalingo. E quasi tutti frequentavano il bar Salvini, per lo più trasformandosi in giocatori di carte ed esperti di corse dei cavalli.
Ho conosciuto gran parte degli autori delle testimonianze raccolte nel libretto del cinquantenario o i personaggi ricordati, a cominciare dal poeta Stelio, per continuare con Bruno Regini, Pier Antonio Pardi, Guelfo Guelfi, Avedano Baccelli, i fratelli Chini, Renzo Castelli, padre di una mia allieva di pallacanestro. Erano gruppi, sia quello di prima generazione che il nostro di seconda generazione, prevalentemente maschili, come maschile era il nucleo duro che frequentava il Bar Salvini, un nucleo che aveva contribuito alla sua nascita e alla sua crescita. Dalle testimonianze emerge questo legame che non è un legame tra gestore e cliente, ma un rapporto di immedesimazione sotto il quale si percepiscono profondi legami di amicizia. Alcuni di loro aiutano i Salvini a spostare la baracca quando arriva il nuovo chalet per permettere di tenere aperto il bar anche durante i lavori di sostituzione. È Roberto Salvini a ricordare l’aiuto ricevuto, tra gli altri, dai fratelli Baccelli (Avedano e Maurizio) e da Tosi detto “Bengasi”, un personaggio che ricordo anch’io per il suo fisico da culturista. Sempre Roberto Salvini ricorda lo sforzo compiuto per salvare lo chalet durante l’alluvione del 66, quando il bar corse il rischio di essere trascinato via dalle acque limacciose dell’Arno in piena. Non so come abbia fatto a resistere, lì in preda alla corrente, trasformato in una sorta di isola in cui Roberto racconta che riusciva ad accedere soltanto legato ad una corda.
Il Salvini fu anche un luogo frequentato tra la fine degli anno Sessanta e i primi anni Settanta da coloro che facevano attivamente politica, dai fondatori di Lotta Continua come Guelfo Guelfi e Adriano Sofri. Frequentatore del Bar Salvini e dell’oratorio Lanteri era anche Renzo Lulli, autore nel 1970 con Pino Masi, noto attivista politico e cantautore pisano, e Fabio Gismondi, di una rocambolesca fuga in Austria in seguito ad una falsa notizia di un imminente colpo di stato neofascista. I tre compagni, credendo di essere inseriti in una lista di epurazione perché ritenuti nemici del nuovo regime, si presentarono, dopo un viaggio di centinaia di chilometri, alla frontiera austrica dove furono fermati e rimpatriati, visto che il colpo di stato proprio non era avvenuto. Renzo Lulli poi ha trasformato il racconto della sua avventura in una sceneggiatura che ha dato vita nel 2011 al film I primi della lista diretto dal regista, anch’egli pisano almeno di adozione, Roan Johnson.
Il bar Savini poi io non l’ho più frequentato. So che prima è diventato un luogo di ritrovo delle notti pisane, poi è caduto in disgrazia perché era diventato un punto di riferimento per i nordafricani che si erano insediatiti a Pisa e questo mal si conciliava con la presenza del popolo degli amanti dell’aperitivo e dei ritrovi conviviali delle notti estive passate all’aperto. Infine è diventato di nuovo un luogo di ritrovo frequentato da famiglie fino a quando, con la morte di Roberto Salvini e della moglie negli anno 20 del Duemila, non ha chiuso i battenti. Con il bar Salvini si è chiuso anche un periodo della storia pisana, forse anche di quella del nostro paese.
Il bar Salvini è diventato anche il soggetto di una canzone dei Gatti Mezzi, un gruppo musicale nato a Pisa nel 2005 . Un gruppo il cui tipo di musica è un incrocio di jazz, swing e musica popolare ma soprattutto di testi scritti utilizzando la parlata popolare pisana, canzono che parlano di Pisa, della sua storia e dei suoi abitanti in un linguaggio a dir poco irriverente e percorso da vene nostalgiche.
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